Mamme e papà

Mio figlio non vuol fare i compiti!

I compiti, attività che ogni bambino dovrebbe, gradualmente, imparare a svolgere in autonomia, possono diventare spesso un vero e proprio fronte di battaglia in famiglia, essere motivo di ansia, frustrazione, irritazione, fonte di litigi quando il bambino si rifiuta di svolgerli , fatica a farli da solo e ha sempre bisogno di essere forzato e aiutato.

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Spesso si tratta di bambini che, a scuola, hanno un buon rendimento, o comunque un rendimento sufficiente, per cui i genitori faticano a capire il perché di tanta fatica.

Altre volte, invece, si tratta di bambini che hanno delle difficoltà specifiche; diverso ancora è il caso degli adolescenti che manifestano comportamenti di ribellione, rifiuto scolastico, oppure depressione.

Per quanto riguarda il bambino, soprattutto nel caso in cui quest’ultimo non presenti difficoltà di apprendimento o di rendimento, il rifiuto di fare i compiti da solo è un comportamento che va al di là dei compiti in sé, ma è strettamente connesso alle dinamiche relazionali.

Può essere che il bambino controlli in tal modo la propria relazione con i genitori, che chieda la loro vicinanza, anche se si tratta poi di momenti in cui la dimensione della piacevolezza è quasi del tutto assente. A volte la richiesta di vicinanza, mascherata dalla mancanza di autonomia, può associarsi al desiderio dei genitori di sostituirsi al figlio perché questi vada a scuola con i compiti perfetti, faccia bella figura e faccia fare a loro bella figura. In questo caso apparentemente i genitori vorrebbero che il bambino facesse da sé, ma in realtà incrementano la sua mancanza di autonomia.

Questi sono solo esempi di dinamiche relazionali coinvolte nel momento dei compiti a casa. Tali dinamiche, spesso, sono disfunzionali, in quanto generano malessere all’interno della famiglia e impediscono il raggiungimento dell’autonomia.

Una consulenza familiare può aiutare a portare alla luce i significati delle dinamiche connesse al rifiuto dei compiti; si tratta di un intervento non centrato esclusivamente sul bambino, ma che può avere effetti benefici nello stabilire o ristabilire l’autonomia, facendo emergere quelli che sono i veri bisogni del bambino e dei suoi familiari.

Spesso queste situazioni si verificano quando un bambino ha una difficoltà specifica, come un disturbo dell’apprendimento, che di per sé può dare percezione di fragilità, nonostante le potenzialità cognitive nella media.

Quando un bambino non vuole fare i compiti, ci possono tuttavia essere difficoltà specifiche, che possono sicuramente intersecarsi con quelle relazionali, ma che vanno prese in considerazione per essere affrontate nello specifico:

  • DSA (disturbi specifici dell’apprendimento); il bambino che presenta DSA, pur avendo intelligenza nella media, presenta specifiche difficoltà di lettura, scrittura e calcolo. Se il disturbo non è diagnosticato, il bambino si trova a non riuscire a far fronte alle richieste della scuola, soprattutto quando deve imparare a studiare da solo. Come anticipato, inoltre, i disturbi dell’apprendimento coinvolgono anche le funzioni esecutive, come la memoria di lavoro, implicata nello svolgimento dei compiti. L’assenza di diagnosi, soprattutto l’assenza di sospetto che le difficoltà del bambino siano connesse ad un DSA, crea confusione, e rischia di far sì che si imputino al bambino colpe che non ha, con conseguente sfiducia nelle proprie capacità, perdita o non acquisizione dell’autonomia rispetto alla dimensione scolastica, bassa autostima e problematiche comportamentali. La diagnosi di DSA rende genitori, insegnanti e bambino consapevoli della propria problematica, primo passo per intervenire.

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  • Disturbo della comprensione del testo: le difficoltà possono emergere soprattutto all’inizio della terza elementare, quando il bambino deve iniziare a studiare;
  • ADHD: si tratta del disturbo da disattenzione e iperattività. Anche in questo caso la diagnosi è un aiuto per comprendere che le problematiche del bambino non sono legate alla sua scarsa volontà
  • difficoltà emotive legate a situazione particolare: lutto, separazione, cambiamento importante nella vita familiare. In questo caso vi è incidenza delle dinamiche familiari situazionali sull’autonomia del bambino, che spesso può ricercare vicinanza affettiva;
  • compito difficile dal punto di vista cognitivo: se il livello del compito è superiore alle capacità del bambino, questo lascerà perdere, si sentirà demotivato e non vorrà fare i compiti per evitare di provare di nuovo esperienze frustranti
  • scarsa fiducia in se stesso, bassa autostima, bassa motivazione: si tratta di variabili metacognitive strettamente connesse al rendimento scolastico, e coinvolte nello svolgimento dei compiti
  • non ha acquisito un buon metodi di studio e pensa che i propri insuccessi derivino solo da fattori esterni e incontrollabili (stile attribuzionale esterno)
  • Ha uno scarso supporto emotivo: per imparare a fare i compiti da solo deve sentirsi incoraggiato dal genitore, che potrà affiancarlo in parte, lasciandolo poi lavorare da solo con la consapevolezza che, nel caso di bisogno, il genitore ci sarà
  • problematiche di tipo neurologico, da diagnosticare con visite mediche specialistiche o ritardo cognitivo.

In sintesi, quando il bambino teme di deludere i propri genitori e si vergogna dei propri “errori”, quando non comprende chiaramente le consegne, ciò che deve svolgere, quando non si sente motivato e stimolato, quando ha una difficoltà emotiva o cognitiva, fare i compiti da solo può diventare un problema, e lo diventa ancora di più quando le difficoltà del bambino vengono considerate come capricci, quando invece andrebbero individuate ed analizzate.

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Le difficoltà a svolgere i compiti possono essere, a livello individuale, emotive “non sto bene”, cognitive “non capisco”, motivazionali “non ho voglia” e, come descritto in precedenza, inserirsi all’interno dell’intreccio delle dinamiche familiari.

I genitori dovrebbero potersi confrontare con l’insegnante e, se fosse il caso, consultare uno psicologo esperto in difficoltà scolastiche.

Qualche suggerimento ai genitori

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Un fattore che, spesso, crea situazioni di tensione durante i compiti, sono le aspettative genitoriali: ciascun bambino ha caratteristiche e tempi diversi nel fare i compiti, ciascuno ha le proprie difficoltà. Può capitare che un genitore, per esempio, si arrabbi perché il bambino non finisce alla svelta, o faccia fatica a svolgere determinati esercizi; accettare le caratteristiche di ciascun bambino, comprendere il perché delle sue difficoltà è il primo passo per aiutarlo laddove sono le sue debolezze, ma anche per riconoscerne i punti di forza.

Alcuni bambini non hanno particolari difficoltà cognitive, ma hanno poca fiducia in se stessi. Il genitore dovrebbe saper incoraggiare il proprio figlio complimentandosi con lui quando ce la fa da solo, condividendo emozioni positive legate ai suoi piccoli successi.

Se, invece, il proprio figlio non mostra alcun interesse nel fare i compiti, fa di tutto per rimandare o per fare altro, può essere utile, al di là di comprendere le ragioni di questo comportamento, contrattare tempi e regole, stabilire pause o attività brevi ma piacevoli dopo aver concluso una parte degli esercizi, per poi riprendere, e così via. Spesso accade che ci sia aspetti che un bambino “intelligente” si attivi da solo e si sappia organizzare; spesso, tuttavia, non è così: nonostante il bambino possa essere intelligente, è necessario che il genitore faccia sentire la propria presenza ponendosi come guida e ponendo delle regole.

Se le difficoltà del bambino, invece, sono legate all’aspetto cognitivo, è necessario approfondire cosa stia dietro a queste difficoltà, rivolgendosi ad esperti.

Il compito del genitore, in sintesi, è quello di fornire una “base sicura”, guidandolo verso l’autonomia, che è un obiettivo da raggiungere, non il punto di partenza. Non ci si può certo aspettare che il proprio figlio faccia sempre tutti i compiti e li faccia correttamente; ciò che importa è che sviluppi la competenza di gestire le proprie risorse emotive, cognitive e motivazionali.

Avere fiducia nelle proprie capacità, strutturare un buon metodo di studio, sviluppare conoscenze metacognitive, sapersi organizzare, saper regolare le proprie emozioni, non abbattersi di fronte agli insuccessi sono punti di arrivo a cui, potenzialmente, ciascuno studente può giungere. Il genitore può facilitare questo processo facendo percepire al figlio che può provare a farcela da solo, ma che può anche contare su di lui quando ne ha bisogno: questo gioverà nella relazione tra il bambino e i propri genitori.

Chiaramente, quando le difficoltà sono più radicate e il genitore si trova in panne, le difficoltà comportamentali e cognitive possono essere lette come un sintomo, la spia di qualcosa che non va a livello del bambino ma anche a livello delle relazioni familiari.

In questo caso, contattare un esperto è il primo passo da fare per mettere in luce le difficoltà e per intervenire.

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa

se sei un genitore e tuo figlio presenta difficoltà scolastiche, puoi contattarmi per una consulenza al numero 3468103317 oppure compilando il modulo qui sotto

 

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