Psicologia e Psicoterapia

Smettere di procrastinare: lo psicologo può servire?

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Molte persone tendono a rimandare quello che devono e che vorrebbero fare, a posticipare compiti da svolgere e lavori da fare. A volte, anche semplici operazioni, come leggere un aritcolo, o pulire casa, sono rimandate a dopo: chi procrastina sa di dover fare le cose, e non vorrebbe procrastinare, eppure continua a rimandare. Ci sono molte strategie di auto aiuto per cercare di smettere di procrastinare; tuttavia non sempre si rivelano efficaci, soprattutto perché dietro alla procrastinazione si possono nascondere ragioni più profonde, che vanno individuate. Per esempio, prendiamo il caso di Marco, studente che ha appena terminato l’università e si appresta a cercare lavoro. Deve inviare curricula, sa che deve farlo; eppure non lo fa, e trova mille distrazioni e scuse ogni giorno. Il risultato è che la sera arriva, la giornata finisce e Marco non ha inviato neanche un cv. I genitori di Marco pensano sia pigro, e che non abbia voglia di lavorare, e lo redarguiscono; potrebbe essere invece che il doversi misurare con il mondo del lavoro faccia sentire Marco in difficoltà e timoroso di fallire e di non riuscire a trovare lavoro. Il procrastinare di Marco, in realtà, è un autosabotaggio: impossibile essere respinti ad un colloquio di lavoro se non c’è nessun colloquio di lvoro!

In questo caso l’autostima del ragazzo è preservata dall’esperienza negativa dell’eventuale fallimento.

Procrastinare, a volte,  è un modo per preservare la notra autostima, anche se non si rivela la più funzionale delle strategie.

Può accadere che si rimandi una visita medica per l’ansia del risultato che questa potrebbe comportare, o per altre ragioni connesse alla paura di dover affrontare spese, di dover cambiare le proprie abitudini, di doversi confrontare con i limiti del proprio corpo, con l’età che avanza e così via. Anche le emozioni, quindi, possono essere d’intralcio quando dobbiamo svolgere determinati compiti.

Può accadere, invece, che si rimandi qualcosa per uno stato d’ansia. Chi soffre di disturbi d’ansia, tra cui gli attacchi di panico, proverà un forte senso di angoscia e paura al solo pensiero di dover affrontare qualche compito ansiogeno, e tenderà così a rimandare per proteggersi da questa angoscia.

Chi invece soffre di disturbi dell’umore, come la depressione, per esempio, sentirà di aver poche forze per fare le cose, e meno cose farà più si sentirà in colpa, e più si sentirà in colpa più tenderà a deprimersi, riuscendo meno a fare le cose. Anche in questo caso la procrastinazione può essere letta all’interno di un quadro più complesso.

Può anche succedere che, a volte, semplicemente siamo talmente stanchi che la nostra mente è come se ci costringesse a prendere una pausa: alcune persone tendono a vedere il riposo come una perdita di tempo, e si sentono in colpa al solo pensiero di fermarsi. Tuttavia concedersi del tempo può essere utile per ricaricare le batterie e riprendere le attività in maniera più soddisfacente.

Esistono quindi differenti ragioni che possono spiegare la procrastinazione; ciò che è certo è che, anche dietro a comportamenti che possono essere giudicati come di pigrizia, ci sono sempre delle ragioni più profonde, che non sempre si riescono ad indagare senza l’aiuto di uno specialista.

Inoltre, esistono differenti generi di procrastinazione: alcune persone rimandano impegni presi con altre persone, altre rimandano compiti e lavori impegnativi fino a quando non arriva la scadenza, altri ancora rimandano molte piccole attività quotidiane, e così via.

In ogni caso, la procrastinazione può davvero interferire con il nostro benessere, con quello di chi ci sta attorno mettendoci seriamente in crisi.

Come smettere di procrastinare?

Per smettere di procrastinare esistono diverse strategie. Alcune possono rivelarsi utili, tuttavia nessuna di queste ha la pretesa di essere risolutiva per due semplici ragioni: ciascuno di noi è fatto a modo suo, per cui ciò che può andar bene per una persona non è detto che vada bene per un’altra. Inoltre, come scritto più in alto, le ragioni che stanno dietro alla procrastinazione sono spesso profonde, possono avere a che fare con gli altri e non solo con noi stessi; sono inoltre radicate nella nostra sfera psicologica e necessitare quindi di un aiuto specialistico per essere comprese. La soluzione va, insomma, trovata ad hoc.

Alcune strategie utili sono le seguenti:

  • Pensare ai benefici dell’azione: quando ci costringiamo a svolgere un compito che stiamo rimandando, dobbiamo cercare di pensare ai benefici che questo porta. Per esempio, se penso che allenarmi sia noioso e lo rimando, posso pensare a come diventerà il mio fisico con un allenamento costante.

 

  • Premiarsi: cercare di premiarsi quando si riesce a compiere ciò che si rimanda. Il nostro cervello tende ad associare le emozioni positive date dal premio al compito: in questo modo, quando si pensa al compito proveremo anche sensazioni piacevoli

 

  • tenere presente che pensare ingigantisce il problema: più si pensa, meno voglia viene di fare quel che dobbiamo fare. Paradossalmente, fare senza pensare troppo aiuta notevolmente chi tende a procrastinare, ma è necessario raggiungere un buon livello di autoconsapevolezza.

 

  • Non aspirare alla perfezione. A volte tendiamo a pianficare la nostra attività dicendo a noi stessi che partiremo solo quando saremo pronti, quando tutto sarà perfetto. In realtà rischiamo solo di rimandare ulteriormente quello che vorremmo fare.

 

  • Crearsi una lista di cose da fare: non è detto che si riesca a fare tutto; tuttavia, si farà sempre di più che rimanere chiusi in casa o sdraiati sul divano

 

  • Chiedere aiuto ai propri cari: per chi non vive solo, chiedere aiuto ad un proprio caro può essere un utile stratagemma per uscire dalla procrastinazione

 

se nonostante alcuni di questi accorgimenti il problema della procrastinazione permane, forse è necessario prendere in considerazione l’idea di rivolgersi ad uno specialista: è possibile, grazie all’aiuto di uno psicologo, comprendere le ragioni per cui si procrastina, giungendo alla soluzione ideale e adatta a ciascuno. Quindi, per tornare al titolo di questo articolo sì, lo psicologo è la figura professionale più indicata per risolvere i problemi di procrastinazione, proprio perché dietro a questo comportamento si nascondono ragioni legate al funzionamento psichico di ciascuno di noi.

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, Psicologa

Se pensi possa esserti utile, contattami per una consulenza in studio oppure su Skype al numero

3468103317

guerinirocco.silvia@libero.it

 

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Psicologia e Psicoterapia

Prime impressioni: come si formano?

 

Quando diciamo frasi come: “quella persona non mi piace a pelle”, cioè quando traiamo una conclusione sulla personalità di qualcuno che abbiamo appena conosciuto  sulla base di alcuni elementi del suo comportamento, del suo aspetto, o del suo linguaggio non verbale, stiamo formando una prima impressione.

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Secondo le ricerche condotte nell’ambito della Psicologia Sociale, le persone tendono a guidare il loro comportamento relazionale soprattutto sulla base delle prime impressioni.

Certo, ci sono situazioni dove è necessario avere un’accurata percezione degli altri, ma questo pare essere la regola anziché l’eccezione.

Questo perché, nella vita quotidiana, la necessità di percepire gli altri in modo accurato è modesto, soprattutto se il contatto con gli altri è limitato a particolari luoghi o contesti. Possiamo infatti permetterci di ignorare la complessità di alcuni individui se dobbiamo interagire con loro limitatamente, in determinati luoghi e secondo determinati ruoli. Per esempio, percepire come pacata una persona che lavora in ufficio e ritenere che sia effettivamente così perché mentre lavora è calma, ci permette di interagire con lei rispetto alle commissioni che dobbiamo svolgere senza che sia necessario conoscere che, questa persona, magari, fuori dall’ufficio non è affatto pacata. A noi non cambia nulla.

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Le prime impressioni si formano grazie alla percezione di alcuni indizi salienti, cioè che attraggono la nostra attenzione. Questi indizi possono essere legati a diverse arree:

  • comportamento: è forse l’area che tende ad attrarre maggiormente l’attenzione. Per esempio, se vediamo una persona fare l’elemosina siamo portati a ritenere che sia una persona altruista e buona. Ovviamente, non è detto che sia così;

 

  • aspetto fisico: anche dall’aspetto fisico si possono trarre inferenza sulla personalità degli individui;

 

  • comunicazione non verbale: chi esprime le prioprie emozioni a livello non verbale in modo più immediato ottiene un apprezzamento migliore di chi è meno espressivo; tende a piacere di più chi anniusce e ci guarda negli occhi mentre parliamo, e così via

 

  • Familiarità: è stato dimostrato che le persone tendono a provare più simpatia per persone incontrate, anche casulamente, di frequente, rispetto a persone che non hanno mai incontrato.

Quindi, le persone colgono diversi indizi provenienti da una o più tra le aree elencate sopra, ma questo non basta per formare la prima impressione: è necessario che nella mente del soggetto esista un’associazione tra alcune caratteristiche del comportamento, dell’aspetto, e così via, e tratti di personalità. Per esempio, se un soggetto associa a caratteristiche negative le persone che portano il nome “Mario”, sarà portato ad avere una prima impressione negativa ogni volta che conoscerà qualcuno che si chiama Mario. Se svolgere un determinato lavoro come per esempio la parrucchiera, è associato alla caratteristica della socievolezza, si è portati a ritenere che la persona che si è appena conosciuta e che fa la parrucchiera sia socievole, e così via.

Un altro fattore che porta alla formazione della prima impressione è quello dell‘accessibilità: più un contenuto cognitivo è accessibile nella nostra mente, più è facile che sia utilizzato per formare una prima impressione.

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Per esempio, se un ragazzo, di sabato sera, è chiuso in biblioteca a studiare, posso concludere che sia indietro con lo studio, che sia ipercompetitivo, di pessimo umore, molto timido a seconda che io sappia che il lunedì c’è un esame, che io sia altrettanto ambizioso, che abbia sempre visto quel ragazzo da solo, e così via.

Non è detto che l’inferenza tratta sia corretta: spesso, infatti, le prime impressioni possono essere la conseguenza del cosiddetto “errore di corrispondenza”, ossia della tendenza ad attribuire caratteristiche di personalità a un soggetto sulla base del comportamento anche quando il comportamento potrebbe essere spiegato da altre cause, non solo dalle caratteristiche di personalità del soggetto.

Una volta formatesi, le impressioni tendono a resistere al cambiamento, e a diventare la base di pregiudizi e generalizzazioni, resistendo addirittura alla consapevolezza che le informazioni su cui si basano non sono veritiere.

Questo potrebbe portare alla conclusione che le prime impressioni siano sempre fonte di errore, ma in realtà non sempre è così: spesso, infatti, i comportamenti possono rispecchiare in parte la personalità dei soggetti. Le persone tendono a scegliere le situazioni in cui si vengono a trovare, e utilizzano il proprio corpo e il proprio comportamento per esprimere determinati aspetti della propria personalità: essere percepiti dagli altri per quello che si è è un’esperienza piacevole.

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In conclusione, si è portati a chiedersi se sia quindi giusto o sbagliato fermarsi alla prima impressione. La risposta non è semplice: dipende. Non sempre è necessario approfondire la conoscenza di una persona per relazionarsi a lei; le prime impressioni permettono di iniziare un’interazione sociale, o di muoverci in maniera sufficientemente agile in differenti contesti di vita. Tuttavia a volte è necessario andare oltre le prime impressioni, per cercare di conoscere una persona in maniera più precisa, consapevoli del fatto che le prime impressioni, per quanto possano essere corrette, non rivelano certo tutti i vari aspetti che compongono la personalità di un individuo.

 

Fonti: Psicologia Sociale   Smith- Mackie

 

 

 

 

Psicologia e Psicoterapia

Cos’è la Psicologia

 

La psicologia è una scinza che si occupa di capire e studiare il comportamento, la mente e le relazioni tra gli individui, al fine di migliorare la qualità della vita.

 

Molte persone sono convinte che la psicologia non sia una scienza, relegandola all’ambito della filosofia. In realtà la psicologia nasce all’interno della filosofia nell’Antica Grecia; la stessa parola psicologia deriva infatti dal greco, e significa letteralmente studio dell’anima. Con il tempo, tuttavia, e grazie al contributo di altre discipline, la psicologia si è avvalsa del metodo sperimentale, basato sulla formulazione di teorie in seguito alla verifica di ipotesi formulate in seguito all’osservazione di determinati fenomeni. Il termine psicologia, attualmente, significa “studio della mente”.

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Si è soliti far risalire la nasciata della Psicologia come scienza nel 1879 a Lipsia, con la creazione del primo laboratorio di psicologia sperimentale ad opera di Wilhelm Wundt, il quale studiava l’introspezione sulla base delle differenti risposte che i soggetti sottoposti agli esperimenti davano in seguito a stimoli provenienti dall’esterno.

Da allora la psicologia ha ampliato il suo raggio di ricerca studiando moltissimi aspetti del comportamento individuale e collettivo, studiando in maniera sempre approfondita il funzionamento mentale e relazionale delle persone, giungendo a dare importanti contributi per il miglioramento della vita quotidiana delle persone. E’ così possibile distinguere due anime della psicologia: quella sperimentale, legata alla ricerca, e quella applicata, che si occupa di applicare nei vari contesti della vita quotidiana i risultati di tali ricerche o che, viceversa, influenza la ricerca partendo da problemi concreti.

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Sempre nel corso degli anni si sono diffuse diverse scuole di pensiero, ossia diverse prospettive per studare i fenomeni della mente e del comportamento umano; si pensi, per esempio, alla psicanalisi di Freud, al comportamentismo, al cognitivismo, e così via.

Ciascuna di queste scuole di pensiero da il proprio contributo con la ricerca, arrivando a formulare teorie che arricchiscono sempre più il panorama della psicologia.

Il soggetto che si occupa di migliorare il benessere mentale e relazionale delle persone è lo psicologo.

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La psicologia trova applicazioni in molti ambiti della vita, per esempio in quello lavorativo, in quello clinico, scolastico, giuridico e sportivo.

In sintesi, la psicologia aiuta a vivere meglio con gli altri, a stare meglio con se stessi e ad approfondire come funziona la mente e il comportamento.

Psicologia e Psicoterapia

Coppia: 3 indicatori di buon funzionamento

Diversi sono i fattori che rendono una coppia duratura e felice. Alcune ricerche ne hanno evidenziati 3, eccoli.

L’uguaglianza

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la possibilità di formare una coppia sana dipende dalla capacità dei due membri di considerarsi sullo stesso livello. Questa idea contrasta con la concezione, ancora molto diffusa, secondo cui la donna tende ad essere sottomessa all’uomo sotto diversi punti di vista, come quello economico, oppure con le dinamiche che caratterizzano alcune coppie, dove uno dei membri svolge il ruolo di “terapeuta”, mentre l’altro quello del malato. Chiaramente, esistono momenti della vita in cui l’uno si deve prendere cura dell’altro, o in cui uno dei membri è più debole, o in difficoltà, per cui la coppia si riorganizza e si attiva in modo che il partner più “forte” possa essere d’aiuto a quello più “debole”. Diverso è il caso in cui questa asimmetria si irrigidisce e permane. Può accadere che la coppia riesca a trovare equilibrio, tuttavia turbamenti a tale equilibrio possono essere causa di crisi e rottura. Si pensi al caso in cui la crisi di coppia avviene a causa delle dinamiche innescate dall’avanzamento di carriera di uno dei due membri, solitamente la donna.

Equilibrio tra emozioni e cognizione

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Ciascuno ha dentro di sé parti cognitive e parti emotive. Perché “funzioniamo” bene, queste parti si devono integrare: spesso si è portati a pensare che gli uomini siano soprattutto razionali e le donne “emotive”, e che l’unione di coppia serva a completare le mancanze dell’uno e dell’altra: una testa senza cuore non potrebbe esistere, e l’unione di coppia porterebbe a effetti collaterali quali ansia e angoscia. In realtà, le coppie che funzionano meglio sono quelle in cui entrambi i partner riescono ad esprimere e ad integrare dentro di sé sia la componente razionale che quella emotiva.

Una buona valutazione di sé

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Le persone con una buona valutazione di sé, ossia con una buona autostima, tendono a prendere decisioni sulla base di elementi oggettivi, e a superare i momenti di crisi in maniera costruttiva, mentre le difficoltà all’interno di una coppia sono spesso legate a scarsa stima di sé di uno o di entrambi i partner. L’insicurezza, per esempio, porta ad utilizzare meccanismi di difesa basati sulla proiezione, attribuendo all’altro la responsabilità di una crisi, o di quelcosa che non va. L’altro tenderà a rispondere con la rabbia, innescando così un circolo vizioso che incrementa la crisi.

In sintesi, essere sullo stesso piano anziché in una relazione asimmetrica, riuscire ad integrare dentro di sé emozioni e pensieri razionali, e nutrire una buona autostima, sono considerati fattori protettivi rispetto alla crisi di coppia.

 

 

Fonti: “La crisi della coppia”- Maurizio Andolfi

Studenti

Qual è il miglior metodo di studio?

Spesso ci si chiede quale sia il mioglior metodo di studio, cioè il metodo che permette di apprendere il più possibile nel minor tempo e facendo meno fatica. Rispondere a questa domanda, tuttavia, non è semplice, soprattutto perché, secondo quanto emerge dalle ricerche, non esiste un metodo di studio migliore di altri in assoluto: dipende.

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Dipende.. Ma da cosa?

Innanzitutto, dipende dal materiale che si deve studiare. Chiaramente, il metodo utilizzato per studiare alcune materie, come per esempio filosofia, non può essere utilizzato per studiare chimica.

Dipende inoltre da come siamo fatti noi, da come “funzioniamo” a livello cognitivo e, soprattutto, da quanto conosciamo il nostro funzionamento.

 

Conoscere il proprio stile cognitivo

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Lo stile cognitivo si riferisce alla propensione ad affrontare compiti cognitivi, come lo studio, in un determinato modo anziché in un altro. Per esempio, ci sono persone “sistematiche”, che per imparare un testo, o per approciarsi ad un problema analizzano tutti i dati per poi formulare un’ipotesi o trarre una conclusione, mentre all’opposto ci sono persone “intuitive”, che tendono a dare la loro risposta e a comprendere i concetti in maniera, appunto, intuitiva, senza un’analisi sistematica del materiale.

Allo stesso modo esiste lo stile globale, dove prevale, a livello percettivo, una preferenza verso una visione d’insieme, mentre al polo opposto si ricercano i dettagli (stile analitico).

Per quanto riguarda i processi decisionali, invece, esistono persone impulsive, o più riflessive: queste differenze entrano in campo, soprattutto, nella risoluzione dei problemi.

Infine esistono “verbalizzatori” o “visualizzatori”, cioè persone che imparano più facilmente attraverso le immagini o le parole.

Chiaramente, i diversi stili possono coesistere tra di loro, così come, tra le polarità opposte, non esiste sempre una netta separazione.

In ogni caso, conoscere il proprio stile cognitivo, permette di approcciarsi al materiale da studiare con maggiore consapevolezza ed efficienza.

Se, per esempio, uno studente riconosce di essere un bravo visualizzatore, per lui sarà più facile lavorare su testi che presentano immagini, oppure lavorare su schemi, su materiale che è facile richiamare alla memoria attraverso le immagini.

Di fronte ad un testo complesso, invece, alcune persone tendono ad analizzarne punto per punto, arrivando poi alla comprensione globale; altre invece, ne capiscono il senso in generale per poi, magari, integrare con i dettagli. Quest’ultimo studente potrà quindi, per esempio, preparare un esame andando avanti velocemente per poi tornare a riprendere i vari paragrafi; nel primo caso lo studente sembrerà procedere più lentamente, ma alla fine avrà bisogno di dare una ripassata, sarà già pronto.

In questi casi è quindi impossibile affermare che esista un metodo migliore dell’altro: sono entrambe strategie valide, se si concludono con l’apprendimento del materiale, sebbene diverse. Dipendono, appunto, dallo stile cognitivo dei differenti soggetti.

Metacognizione: conoscere come conosciamo

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Conoscere il proprio stile cognitivo ed elaborare il materiale da studiare in funzione del proprio stile, sono azioni definite metacognitive.

Per metacognizione si intende la conoscenza del nostro funzionamento mentale che ci permette di regolare le funzioni cognitive a seconda del compito che dobbiamo svolgere e, nel caso dello studio, del materiale da studiare. Non basta, infatti, apprendere strategie o metodi se non si è in grado di generalizzarle e di adattarle in funzione del compito e delle proprie caratteristiche personali.

Per esempio, uno studente metacognitivo è uno studente che, appresa una tecnica, poniamo la mnemotecnica dei loci, la utilizza solo quando, dopo aver analizzato il materiale da studiare, comprende che quella tecnica è adatta a tale materiale.

Oppure, ci sono studenti che, riconoscendo di avere determinate difficoltà, trovano strategie per arginarle.

Per esempio aiutandosi con schemi, tenendo a portata di mano formule, e così via.

Lo studente metacognitivo è lo studente che adatta il proprio metodi di studio in base a ciò che deve studiare, riconoscendo che le differenti materie richiedono strategie differenti per essere apprese efficacemente.

La metacognizione, in sostanza, riguarda

  • la propensione che ciascuno ha a riflettere sul proprio funzionamento mentale e allo sviluppo di idee sul proprio funzionamento mentale;
  • le conoscenze di specifiche strategie legate ad un caso specifico
  • i processi mediante i quali l’individuo sovraintende le proprie funzioni esecutive: capire il compito, valutarne la difficoltà, stimare le proprie risorse e abilità, porsi degli obiettivi, esaminare le strategie disponibili, monitorare la propria attenzione, valutare gli esiti della propria azione a valutarne le conseguenze.

Le competenze metacognitive legate allo studio vengono generalmente apprese automaticamente, tuttavia per alcuni studenti, soprattutto per i ragazzi più giovani, risulta più difficile, per cui può essere opportuno l’ affiancamento con un esperto.

Apprendere come si apprende e come regolare il proprio processo di apprendimento è il primo passo per migliorare il proprio metodo di studio: le tecniche sono secondarie, se non si è abili nell’applicarle al momento giusto e con il materiale giusto.

Elaborare: il segreto per studiare bene.. E per ricordare!

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Come detto in precedenza, non esiste in assoluto un miglior metodo di studio, poiché tutto dipende, appunto, da chi studia e da cosa si sta studiando.

Importante, per aver successo nello studio è essere consapevoli di come adattare le proprie strategie cognitive al materiale da studiare, essere metacognitivi, insomma.

Tuttavia è necessario essere consapevoli che, per ricordare bene ciò che si è studiato, è fondamentale elaborare il materiale.

Innanzitutto è necessario comprendere a fondo quanto si legge (molti studenti sovrastimano la propria capacità di comprensione!). In secondo luogo, per elaborare il materiale, è utile farsi delle domande su quanto appreso e darsi le risposte, fare collegamenti con quanto già studiato, provare a spiegare quanto si è appreso, se se ne ha la possibilità.

A questo proposito è stato messo a punto un metodo strutturato di studio (Robinson, Thomas, 1972).

tale metodo, chiamato PQ4R, prevede una serie di operazioni che uno studente dovrebbe compiere per studiare al meglio.

1) Preview: scorrere il testo per individuare gli argomenti di cui tratterà, visualizzando anche eventuali immagini e schemi. Questo comporta esaminare anche eventuali paragrafi, in maniera da avere un’idea preliminare di quanto andrà studiato.

2) Questions: porsi delle domande che riguardano il nocciolo del testo, in modo che, leggendo, si giunga a rispondere.

3) Read: leggere attentamente il paragrafo cercando di dare le risposte alle domande formulate

4) Reflect: riflettere su quanto si è letto, cercare degli esempi, collegare o mettere in relazione quanto si è letto con ciò che si sapeva già

5) Recite: cercare di ripetere quanto si è letto e le risposte alle domande che ci si è posti senza guardare il testo

6) Review: una volta studiati i vari paragrafi, fare un ripasso generale, sempre cercando di ricordare i concetti studiati

Alcune Strategie per memorizzare

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Spesso si sente parlare di tecniche di memoria, ossia modalità per memorizzare meglio. Le tecniche di memoria sono molte, e possono riguardare sia il processo di codifica (quello che ci permette di “registrare” nuove informazioni), che quello di recupero ( quello che ci permette di recuperare quanto abbiamo memorizzato).

Certo, conoscere alcune tecniche di memoria non aiuta a compiere miracoli, tuttavia può essere utile nella vita quotidiana o scolastica, soprattutto perché permette di spendere meno energia e ottenere risultati migliori, in sintesi, essere più efficienti! Qui sotto descriverò alcune tecniche che permettono di ricordare facilmente parole nuove, nomi nuovo, liste di parole o numeri: si tratta di tecniche molto semplici e che possono servire nella vita di tutti i giorni.

A tutti sarà capitato di ripetere meccanicamente un nome, o un numero di telefono per ricordarlo: si tratta della tecnica della reiterazione meccanica, ma non è molto efficace, se non per mantenere in memoria il materiale fin che serve, per esempio qualche secondo. Ad un livello superiore si colloca la ripetizione integrativa: consiste nel ripetere il materiale collegandolo ad altre informazioni che possediamo e cercando di comprenderlo: lo sforzo cognitivo è maggiore, ma in compenso il ricordo sarà migliore.

Come molti sapranno, spesso si cerca di collegare numeri, nomi nuovi a qualcosa di particolarmente familiare, come una data di nascita, e così via: si tratta dell‘associazione. Per il nostro cervello è molto più semplice ricordare qualcosa di familiare, piuttosto che qualcosa di sconosciuto.

Un’altra tecnica è quella della mediazione, che consiste nel cercare di trasformare qualcosa di difficile da memorizzare in qualcosa di più facile attraverso la formazione di un legame. E’ una tecnica molto utilizzata per imparare nomi nuovi, o parole straniere: per imparare la parola “floor”, per esempio, si può immaginare la parola fiore, e poi un pavimento pieno di fiori.

Quando dobbiamo imparare una lista di parole, è possibile suddividerla in gruppi, in categorie, in modo da riuscire a ricordarla più facilmente: più il materiale è strutturato, più facilmente si riuscirà a ricordarlo. Più l’organizzazione ha un contributo da parte del soggetto, più il ricordo è efficace.

L’uso delle immagini mentali, specie se buffe, è una tecnica davvero efficace per imparare nomi o parole nuove. A chi non è mai capitato di conoscere persone nuove e dimenticare subito il loro nome? Se, nel momento in cui ci si presenta una nuova persona associamo al suo nome un’immagine, il suo nome non si dimenticherà. Se, per esempio ci viene presentata una persona che porta lo stesso nome di un nostro amico o parente, dovremo solo associare mentalmente il nuovo conoscente all’amico o parente, e così via. Lo stesso vale per i cognomi, che possono dare origine a immagini anche creative, anzi: più un’immagine è buffa e creativa, più la parola verrà ricordata.

In sintesi, la reiterazione meccanica e integrativa, l’associazione, la mediazione, l’organizzazione e le immagini mentali sono solo alcune tecniche per memorizzare meglio parole, numeri, nomi nuovi. E’ evidente che molte persone già utilizzano alcune di queste tecniche, tuttavia pochi sono consapevoli di farlo, così come pochi sono consapevoli della strategia più opportuna da utilizzare in un momento o in un altro.

Non esiste in assoluto una strategia più efficace di un’altra. Ciò che è chiaro è che più lo studente esercita un controllo attivo sul materiale da memorizzare e sul proprio processo di apprendimento, più il materiale verrà memorizzato efficacemente, rispetto a studenti più passivi.

Riassunti, schemi, mappe, tabelle di marcia, ripetere ad alta voce… Quanto sono  utili?

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Anche in questo caso, dipende.

Ci sono materie che si prestano benissimo ad essere schematizzate, altre meno. Così come ci sono studenti che studiano benissimo sugli schemi, altri che, invece, fanno fatica e perdono tempo.

Allo stesso modo, ripetere ad alta voce può essere utile per alcuni, distraente per altri.

Rispetto all’organizzazione, invece, viene spesso consigliato di preparare una tabella di marcia, suddividendo le pagine e organizzando il tempo allo stesso modo. Questo può essere utile per alcuni studenti, ma non necessariamente per tutti, ed essere fonte di ansia e frustrazione, qualora la tabella di marcia non venga rispettata.

Per concludere, non si può dire, generalizzando, quale sia il miglior metodo di studio; per studiare ed apprendere in maniera efficace è necessario conoscere come funzioniamo, quali sono i nostri limiti e le nostre risorse, conoscere cosa dobbiamo studiare e adattare al materiale le strategie opportune; in altre parole, occorre essere flessibili. Per ricordare bene quanto studiato è necessario elaborare, cioè fare collegamenti, farsi domande e rispondere, spiegare quanto studiato, essere attivi, insomma, nel proprio processo di apprendimento.

 

Fonti: Imparare a studiare-  Cornoldi,  De Beni, Gruppo MT- Erickson

 

Se pensi di avere difficoltà nel trovare il tuo personale metodo di studio, o se necessiti di chiarimenti, chiedimi una consulenza scrivendomi alla mail guerinirocco.silvia@libero.it, chiamandomi o scrivendomi al numero 3468103317 o compilando il form di contatti.

 

 

Studenti

Non riesco più a studiare! Il blocco dello studente

 

Può capitare, durante la carriera universitaria, di andare incontro ad un momento di calo del rendimento, o di fatica nello studio. Può accadere inoltre che alcune vicissitudini della vita costringano uno studente a mettere in pausa la propria carriera universitaria, oppure che lo studente scelga, di propria iniziativa, di concedersi del tempo per riprendersi da un periodo particolarmente stressante, per occuparsi di altro.

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Diverso è il caso di chi, pur volendo studiare e procedere con la carriera universitaria, proprio non riesce a dare più alcun esame.

Alcuni studenti si bloccano dall’inizio, dal passaggio dalla scuola superiore all’ Università. Altri, in maniera apparentemente inspiegabile, si bloccano a pochi, se non ad un esame dalla laurea. Se si tratta di un momento passeggero certo non c’è da preoccuparsi: magari non ci si laureerà perfettamente in tempo, tuttavia, rimboccandosi le maniche e individuando l’ostacolo che ha causato il rallentamento, si riesce a proseguire e a terminare il corso di laurea.

In questi casi  si può parlare di un vero e proprio “blocco dello studente”, quando ,cioè, non si riesce proprio a proseguire, rischiando di “gettare alle ortiche” il percorso fatto e giocandosi la laurea. In questi casi si riconosce di non riuscire a studiare, ma non si riesce a fare diversamente; a volte si pensa di saperne il motivo, altre volte, invece, non ce la si fa proprio: apparentemente non c’è, eppure si resta bloccati, mentre si nota che tutti gli altri vanno avanti e si laureano.

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Innanzitutto è bene fare una premessa: studiare non è semplicemente riuscire a immagazzinare informazioni in maniera meccanica e sempre efficientissima. Il processo di apprendimento è molto più complesso; non mi ci voglio soffermare, in quest’articolo, tuttavia è bene tenere a mente che lo studio e l’apprendimento sono sempre legati alla sfera emotiva dell’individuo, oltre che a quella cognitiva. Se si è particolarmente turbati a livello emotivo, si farà molta più fatica ad apprendere.

Inoltre, soprattutto all’università, lo studente vive un momeno molto delicato della sua vita, quello della ridefinizione dei rapporti con la famiglia d’origine e della prossimità dello svincolo e dell’auspicabile raggiungimento dell’autonomia.

Il “blocco dello studente” non è certo considerabile una patologia, qualcosa da “curare”, ma un sintomo di qualcosa che non va nel profondo. Inoltre, all’origine del blocco, possono combinarsi più elementi.

Tra le ragioni alla base del blocco può esseci la scelta della facoltà, che in sé non è quella giusta. Alcuni studenti, infatti, scelgono una data facoltà per compiacere i genitori, per non allontanarsi dal loro modello familiare. Oppure scelgono sulla base di criteri quali la maggior possibilità di trovare lavoro, e non aderendo ai propri personali interessi.

In ogni caso, farò un esempio di come la scelta “sbagliata” di una facoltà possa originare un “blocco dello studente”.

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Faccio un esampio. Mario studia legge ; vive in una famiglia dove il tema dello studio è centrale, e ha una sorella maggiore che non ha proseguito gli studi, evento correlato ad una forte depressione di uno dei genitori, poniamo il papà, e ad un tema di vergogna della mamma, che è in competizione con la sorella, la quale ha figli che frequentano prestigiosi Atenei e con la quale c’è sempre stato un rapporto di rivalità istigato, anche se involontariamente, dai genitori.

E’ chiaro che, Mario, si trova imbrigliato in una serie di dinamiche, spesso, purtroppo, di natura implicita, che lo condurranno a prendere una decisione che non sente come autentica, ma che fa per senso di sacrificio e, perché, razionalmente può pensare possa essere una buona cosa (lo studio legale dei genitori è ben avviato, quindi n farà fatica ad avere clienti).

A Mario non piace studiare legge, ma cerca di resistere. Può accadere che venga bocciato ad un esame, cosa che può capitare a tutti, motivo tuttavia di vergogna o di preoccupazione. Può essere che, dal punto di vista sentimentale stia passando un brutto periodo. Insieme, questi fattori, possono concorrere a determinare ansia e paura di fallire, di deludere i genitori: a questo punto , Mario, cercherà di rimandare l’esame in cui è stato bocciato dicendo di volersi preparare al meglio. Evitando di preparare quella materia si sentirà inetto, soprattutto vedendo i compagni che ce la fanno. Studiare sarà associato ad emozioni negative, per cui prenderà mille scuse per rimandare l’esame, raccontando a sé e agli altri, di volersi preparare meglio. Con il passare del tempo i pensieri negativi si autoalimenteranno: Mario entrerà in un circolo vizioso per cui si sentirà un fallito, e gli altri, soprattutto i genitori, non fanno che ricordarglielo, anche se pensano di spronarlo dicendogli che si deve muovere. Mario, intanto, è bloccato.

Quello descritto è un caso ipotetico, ma che molto si avvicina alla realtà vissuta da tanti studenti. Bloccandosi, lo studente non procede in un percorso di studi che in realtà ha scelto per compiacere i genitori, e nemmeno rinuncia, evitando di deluderli ed evitando sensi di colpa. Chiaramente, tutto ciò si gioca a livello implicito: Mario non lo fa apposta! E, soprattutto, attribuisce il proprio blocco alla paura e all’ansia di fallire nuovamente.

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Paura e ansia sono, effettivamente, alcuni dei sintomi che gli studenti “bloccati” riportano. Alcuni di loro arrivano a sperimentare veri e propri attacchi di panico in università, o durante gli esami, esperienza davvero invalidante, che li costringe ad evitare l’ambiente universitario.

Altri ancora, specie quelli fuori sede, soffrono per il distacco rispetto ai legami familiari, e per il grande cambiamento a cui vanno incontro.

Può accadere che lo studente, in raltà, stia soffrendo di depressione, e che il blocco dello studio sia generalizzabile come una difficoltà nel fare le cose tipica di chi soffre di tale patologia.

Un’altra grande paura è quella per il futuro: può accaddere che, inspiegabilmente, alcuni studenti si blocchino ad un passo dalla laurea. Anche in questo caso, dire che una persona si blocca perché teme il futuro (e chi non lo teme?) Può essere riduttivo, perché è sempre necessario prendere in considerazione una serie di variabili individuali e relazionali, per poter spiegare un comportamento; inoltre, ogni individuo fa a sé. Bloccarsi, in un certo senso, può essere protettivo rispetto all’ansia e all’angoscia che l’andare avanti porta con sé.

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In sintesi, il blocco dello studente, si manifesta secondo differenti modalità:
ansia estrema durante gli esami o prima degli esami,

disinteresse improvviso per lo studio,

difficoltà a concentrarsi

difficoltà a ricordare il materiale scolastico

procrastinazione

Pensieri ossessivi che si concatenano (più lo studente cerca di studiare, più gli viene in mente che non riesce a studiare, più non riesce a studiare e a concentrarsi, confermando i propri pensieri negativi)

impotenza appresa (lo studente apprende di non essere in grado di modificare in positivo la propria situazione, sente di non essere in grado di superare più nessun esame, o un esame in particolare)

sensazione di sentirsi falliti e incapaci, con conseguente riduzione dell’autostima.

 

Gli ostacoli legati al blocco dello studente, fondamentalmente, sono rintracciabili ai propri pensieri autosvalutanti, ma anche ai commenti degli altri, che possono far provare senso di colpa e vergogna, incrementando ulteriormente il blocco.

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Come gli studenti cercano, senza successo, di superare il blocco

Alcuni studenti tendono a rimandare lo studio, o l’esame, dicendo di “non avere la testa”, che non è un buon momento, dicendo di non sentirsi abbastanza pronti, innescando inoltre una serie di critiche da parte digli altri, critiche che non fanno che ripercuotersi notevolmente sull’autostima.

Altri studenti cercano invece in tutti i modi di costringersi a studiare, cosa che incrementa ulteriormente pensieri negativi e autosvalutanti, soprattutto perché la concentrazione non c’è.

Altri ancora si costringono a dedicare tutto il giorno (o la notte) allo studio, con il risultato di non riuscire a combinare nulla, giorno dopo giorno.

Autosabotaggio: quando un soggetto distrugge quello che fa per ragioni legate alla sua storia evolutiva. Il blocco dello studente può essere letto come un esempio di autosabotaggio.

 

Quando c’è una buona ragione per essere bloccati

Spesso il “blocco degli studenti “ è di natura psicologica ed emotiva. In altri casi, tuttavia, può essere che all’origine ci sia una difficoltà cognitiva, e che lo studente non riesca a farvi fronte in maniera funzionale: da qui possono innescarsi pensieri negativi ed autosvalutanti, che possono poi dare origine al blocco. Per esempio, può essere che uno studente fatichi a comprendere una materia (magari perché non ha avuto buone basi, magari perché ha perso molte lezioni, o perché il corso che frequenta non offre un buon servizio di tutoring). Oppure può essere che lo studente abbia una fragilità di base a livello cognitivo, per cui effettivamente trova difficole superare gli esami. In ogni caso, è bene capire a che livello si collochi la difficoltà, per poter poi intervenire efficacemente.

 

Quando c’è davvero bisogno di un po’ di tempo

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L’università è strutturata in modo che tutti debbano dare un certo numero di esami, altrimenti si finisce fuori corso. Tuttavia molte persone necessitano di più tempo per poter superare gli esami. E’ fisiologico, ma molti studenti vivono come un fallimento il fatto di dover impiegare più tempo per preparare gli esami. Alcuni si sentono in colpa e pensano di pesare sulla famiglia, altri ancora, abituati a dare il massimo, non tollerano quelli che sono momenti di calo fisiologico della performance, con conseguente abbassamento dell’autostima. Anche in questo caso, un grande ruolo è giocato dalle relazioni familiari, per cui lo studente che si sente rimproverato e al quale si rinfaccia di essere uno scansafatiche, più facilmente andrà incontro ad un blocco.

 

Alcuni suggerimenti per superare il blocco dello studente

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Innanzitutto è necessario individuare quale sia l’origine del blocco, per poterlo superare. Questo non è facile, per cui è necessario chiedere aiuto ad uno psicologo, soprattutto quando, oltre alla fatica nel riprendere a studiare, si correlano sintomi ansiosi o depressivi.

Chiedere aiuto quando non si riesce a superare uno specifico esame: ai compagni, o ad un tutor. Spesso ci convinciamo di non riuscire a capire certi concetti, o di non riuscire a svolgere determinati esercizi. Se non si chiede aiuto, tuttavia, si rischia di ottenere conferma rispetto ai propri pensieri negativi. Chiedere aiuto e sperimentare piccoli successi, capire e rendersi conto di aver capito incrementano il senso di autoefficacia, che sta alla base della motivazione allo studio;

-Un altro suggerimento, che però può essere utile soprattutto a chi ha appena iniziato gli studi, sta nel riuscire ad organizzare il materiale e ridefinire il proprio metodo di studio: come si studiava alle superiori non è detto che possa andare bene anche all’università, e, spesso, ci si trova disorientati e come incapaci di modificare il proprio modo di studiare. Se ciò che spaventa è la mole di materiale da studiare, organizzare il materiale suddividendolo può essere un buon inizio. Basare il proprio metodo di studio sul processo di rielaborazione del materiale, ponendosi delle domande e rispondendovi mentalmente, per esempio, è molto utile, in quanto si incrementa il ricordo, e di conseguenza, l’ansia diminuisce.

Spezzare le associazioni negative: spesso si associano determinati contenuti ad emozioni negative: il nostro cervello, per difenderci dall’emozione negativa, cerca di farcele evitare. Cercare di spezzare questa associazione e stabilirne una con emozioni positive può essere un buon inizio per superare l’avversione verso una materia. Faccio un esempio: se l’esame di anatomia è connesso al ricordo di una bocciatura, dell’ansia che mette il professore, o a un evento brutto che ci è accaduta, è necessario cercare, a piccoli passi, di associare lo studio dell’anatomia a qualcosa di positivo: studiare insieme agli altri, studiare dopo che ci si è divertiti, con un sottofondo musicale rilassante o piacevole, concedendosi un piccolo premio, e così via.

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Rimandare le preoccupazioni: si tratta di una tecnica di matrice cognitivo comportamentale, e consiste nel rimandare le preoccupazioni e i pensieri negativa ad un orario stabilito. Si tratta di una tecnica che richiede la consulenza di uno specialista, per essere ben utilizzata.

Cercare di ridurre il più possibile le distrazioni mettendo, per esempio, da parte lo smartphone;

studiare per brevi sessioni, in modo da dare il massimo nel minor tempo possibile

 

– E’ importante cercare di socializzare e condividere i propri pensieri negativi e difficoltà; trovare qualcuno che creda in noi.

– Cercare di riconoscere il disagio anziché resistergli tutti i costi può essere un primo passo per superare la paura. Ammettere di essere in un momento di difficoltà, concedersi di non essere perfetti. In alcuni casi, forse, c’è davvero bisogno di un po’ di tempo per riprendere le forze dopo un periodo particolarmente stressante

infine, può essere che, davvero, si debba rivedere la propria scelta. Cambiare facoltà potrebbe rivelarsi opportuno, anche se non si ha il coraggio di farlo, per paura della reazione degli altri, per non dover affrontare il proprio senso di fallimento.

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, Psicologa

Se sei uno studente e senti di aver bisogno di una consulenza, contattami al numero 3468103317, o compila il modulo qui sotto

 

 

 

 

 

 

Mamme e papà

Mio figlio non vuol fare i compiti!

I compiti, attività che ogni bambino dovrebbe, gradualmente, imparare a svolgere in autonomia, possono diventare spesso un vero e proprio fronte di battaglia in famiglia, essere motivo di ansia, frustrazione, irritazione, fonte di litigi quando il bambino si rifiuta di svolgerli , fatica a farli da solo e ha sempre bisogno di essere forzato e aiutato.

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Spesso si tratta di bambini che, a scuola, hanno un buon rendimento, o comunque un rendimento sufficiente, per cui i genitori faticano a capire il perché di tanta fatica.

Altre volte, invece, si tratta di bambini che hanno delle difficoltà specifiche; diverso ancora è il caso degli adolescenti che manifestano comportamenti di ribellione, rifiuto scolastico, oppure depressione.

Per quanto riguarda il bambino, soprattutto nel caso in cui quest’ultimo non presenti difficoltà di apprendimento o di rendimento, il rifiuto di fare i compiti da solo è un comportamento che va al di là dei compiti in sé, ma è strettamente connesso alle dinamiche relazionali.

Può essere che il bambino controlli in tal modo la propria relazione con i genitori, che chieda la loro vicinanza, anche se si tratta poi di momenti in cui la dimensione della piacevolezza è quasi del tutto assente. A volte la richiesta di vicinanza, mascherata dalla mancanza di autonomia, può associarsi al desiderio dei genitori di sostituirsi al figlio perché questi vada a scuola con i compiti perfetti, faccia bella figura e faccia fare a loro bella figura. In questo caso apparentemente i genitori vorrebbero che il bambino facesse da sé, ma in realtà incrementano la sua mancanza di autonomia.

Questi sono solo esempi di dinamiche relazionali coinvolte nel momento dei compiti a casa. Tali dinamiche, spesso, sono disfunzionali, in quanto generano malessere all’interno della famiglia e impediscono il raggiungimento dell’autonomia.

Una consulenza familiare può aiutare a portare alla luce i significati delle dinamiche connesse al rifiuto dei compiti; si tratta di un intervento non centrato esclusivamente sul bambino, ma che può avere effetti benefici nello stabilire o ristabilire l’autonomia, facendo emergere quelli che sono i veri bisogni del bambino e dei suoi familiari.

Spesso queste situazioni si verificano quando un bambino ha una difficoltà specifica, come un disturbo dell’apprendimento, che di per sé può dare percezione di fragilità, nonostante le potenzialità cognitive nella media.

Quando un bambino non vuole fare i compiti, ci possono tuttavia essere difficoltà specifiche, che possono sicuramente intersecarsi con quelle relazionali, ma che vanno prese in considerazione per essere affrontate nello specifico:

  • DSA (disturbi specifici dell’apprendimento); il bambino che presenta DSA, pur avendo intelligenza nella media, presenta specifiche difficoltà di lettura, scrittura e calcolo. Se il disturbo non è diagnosticato, il bambino si trova a non riuscire a far fronte alle richieste della scuola, soprattutto quando deve imparare a studiare da solo. Come anticipato, inoltre, i disturbi dell’apprendimento coinvolgono anche le funzioni esecutive, come la memoria di lavoro, implicata nello svolgimento dei compiti. L’assenza di diagnosi, soprattutto l’assenza di sospetto che le difficoltà del bambino siano connesse ad un DSA, crea confusione, e rischia di far sì che si imputino al bambino colpe che non ha, con conseguente sfiducia nelle proprie capacità, perdita o non acquisizione dell’autonomia rispetto alla dimensione scolastica, bassa autostima e problematiche comportamentali. La diagnosi di DSA rende genitori, insegnanti e bambino consapevoli della propria problematica, primo passo per intervenire.

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  • Disturbo della comprensione del testo: le difficoltà possono emergere soprattutto all’inizio della terza elementare, quando il bambino deve iniziare a studiare;
  • ADHD: si tratta del disturbo da disattenzione e iperattività. Anche in questo caso la diagnosi è un aiuto per comprendere che le problematiche del bambino non sono legate alla sua scarsa volontà
  • difficoltà emotive legate a situazione particolare: lutto, separazione, cambiamento importante nella vita familiare. In questo caso vi è incidenza delle dinamiche familiari situazionali sull’autonomia del bambino, che spesso può ricercare vicinanza affettiva;
  • compito difficile dal punto di vista cognitivo: se il livello del compito è superiore alle capacità del bambino, questo lascerà perdere, si sentirà demotivato e non vorrà fare i compiti per evitare di provare di nuovo esperienze frustranti
  • scarsa fiducia in se stesso, bassa autostima, bassa motivazione: si tratta di variabili metacognitive strettamente connesse al rendimento scolastico, e coinvolte nello svolgimento dei compiti
  • non ha acquisito un buon metodi di studio e pensa che i propri insuccessi derivino solo da fattori esterni e incontrollabili (stile attribuzionale esterno)
  • Ha uno scarso supporto emotivo: per imparare a fare i compiti da solo deve sentirsi incoraggiato dal genitore, che potrà affiancarlo in parte, lasciandolo poi lavorare da solo con la consapevolezza che, nel caso di bisogno, il genitore ci sarà
  • problematiche di tipo neurologico, da diagnosticare con visite mediche specialistiche o ritardo cognitivo.

In sintesi, quando il bambino teme di deludere i propri genitori e si vergogna dei propri “errori”, quando non comprende chiaramente le consegne, ciò che deve svolgere, quando non si sente motivato e stimolato, quando ha una difficoltà emotiva o cognitiva, fare i compiti da solo può diventare un problema, e lo diventa ancora di più quando le difficoltà del bambino vengono considerate come capricci, quando invece andrebbero individuate ed analizzate.

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Le difficoltà a svolgere i compiti possono essere, a livello individuale, emotive “non sto bene”, cognitive “non capisco”, motivazionali “non ho voglia” e, come descritto in precedenza, inserirsi all’interno dell’intreccio delle dinamiche familiari.

I genitori dovrebbero potersi confrontare con l’insegnante e, se fosse il caso, consultare uno psicologo esperto in difficoltà scolastiche.

Qualche suggerimento ai genitori

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Un fattore che, spesso, crea situazioni di tensione durante i compiti, sono le aspettative genitoriali: ciascun bambino ha caratteristiche e tempi diversi nel fare i compiti, ciascuno ha le proprie difficoltà. Può capitare che un genitore, per esempio, si arrabbi perché il bambino non finisce alla svelta, o faccia fatica a svolgere determinati esercizi; accettare le caratteristiche di ciascun bambino, comprendere il perché delle sue difficoltà è il primo passo per aiutarlo laddove sono le sue debolezze, ma anche per riconoscerne i punti di forza.

Alcuni bambini non hanno particolari difficoltà cognitive, ma hanno poca fiducia in se stessi. Il genitore dovrebbe saper incoraggiare il proprio figlio complimentandosi con lui quando ce la fa da solo, condividendo emozioni positive legate ai suoi piccoli successi.

Se, invece, il proprio figlio non mostra alcun interesse nel fare i compiti, fa di tutto per rimandare o per fare altro, può essere utile, al di là di comprendere le ragioni di questo comportamento, contrattare tempi e regole, stabilire pause o attività brevi ma piacevoli dopo aver concluso una parte degli esercizi, per poi riprendere, e così via. Spesso accade che ci sia aspetti che un bambino “intelligente” si attivi da solo e si sappia organizzare; spesso, tuttavia, non è così: nonostante il bambino possa essere intelligente, è necessario che il genitore faccia sentire la propria presenza ponendosi come guida e ponendo delle regole.

Se le difficoltà del bambino, invece, sono legate all’aspetto cognitivo, è necessario approfondire cosa stia dietro a queste difficoltà, rivolgendosi ad esperti.

Il compito del genitore, in sintesi, è quello di fornire una “base sicura”, guidandolo verso l’autonomia, che è un obiettivo da raggiungere, non il punto di partenza. Non ci si può certo aspettare che il proprio figlio faccia sempre tutti i compiti e li faccia correttamente; ciò che importa è che sviluppi la competenza di gestire le proprie risorse emotive, cognitive e motivazionali.

Avere fiducia nelle proprie capacità, strutturare un buon metodo di studio, sviluppare conoscenze metacognitive, sapersi organizzare, saper regolare le proprie emozioni, non abbattersi di fronte agli insuccessi sono punti di arrivo a cui, potenzialmente, ciascuno studente può giungere. Il genitore può facilitare questo processo facendo percepire al figlio che può provare a farcela da solo, ma che può anche contare su di lui quando ne ha bisogno: questo gioverà nella relazione tra il bambino e i propri genitori.

Chiaramente, quando le difficoltà sono più radicate e il genitore si trova in panne, le difficoltà comportamentali e cognitive possono essere lette come un sintomo, la spia di qualcosa che non va a livello del bambino ma anche a livello delle relazioni familiari.

In questo caso, contattare un esperto è il primo passo da fare per mettere in luce le difficoltà e per intervenire.

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa

se sei un genitore e tuo figlio presenta difficoltà scolastiche, puoi contattarmi per una consulenza al numero 3468103317 oppure compilando il modulo qui sotto

 

Psicologia e Psicoterapia

Blog “Pro Ana”: quale pericolo?

Quanto i blog Pro Ana possono essere pericolosi? E’ possibile che possano causare un disturbo alimentare? In questo articolo, tratto dal mio libro  “fenomeno Pro Ana- una nuova generalzioni di disturbi alimentari”, cercherò di chiarire quanto i blog “Pro Ana” siano effettivamente pericolosi, sia per chi soffre di DCA sia per chi non ne soffre.

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DCA e siti Pro Ana: una correlazione significativa

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Diverse ricerche dimostrano l’esistenza di una correlazione tra disturbi del comportamento alimentare e tendenza a frequentare siti “Pro Ana”. Ciò significa che è probabile che chi si avvicina a tali siti abbia un disturbo alimentare, inizi a presentarne i sintomi, o abbia un disturbo alimentare latente. E’ emerso, tuttavia, come non sia chiara la relazione della correlazione: chi soffre di DCA tende a ricercare siti Pro Ana oppure chi, per qualche ragione, si trova a leggere i blog Pro Ana mette in atto poi comportamenti tipici di chi soffre di disturbi alimentari?

Come afferma Giovannini nella ricerca da lui effettuata, la prima svolta in Italia sul fenomeno Pro Ana:

“L’insorgere di un bisogno relazionale in soggetti affetti da patologie DCA, che navigano nei siti Pro Ana può associarsi allo sviluppo di identità gruppali, di carattere anoressico/bulimico, che possono avere prevalenza sull’identità delle persone stesse. L’adesione a questa identità Pro Ana può comportare un accentuarsi del rifiuto delle cure, poiché, nelle terapie, l’identità anoressica è patologica. Un possibile rischio può verificarsi in soggetti dalla personalità fragile (come possono essere gli adolescenti), in cui un DCA non è conclamato. Tali soggetti navigando, interagendo e leggendo i molteplici rinforzi alla patologia, potrebbero sviluppare un DCA come adesione emulativa. Sempre trattando disturbi non conclamati, la navigazione tra i siti Pro Ana da parte di persone che manifestano già un alterato rapporto con il cibo (non sufficientemente grave da rientrare nei criteri diagnostici, stabiliti dal DSM IV per essere diagnosticati come DCA conclamato), potrebbe contribuire ad un appesantimento delle sintomatologie” (Giovannini, 2005 P. 4)

L’autore della ricerca ipotizza una pericolosità intrinseca ai siti Pro Ana, pericolosità in grado di incidere negativamente su chi ha già un DCA, su chi ha un DCA latente, e su chi già manifesta un rapporto alterato con il cibo. Le ipotesi dell’autore trovano sufficiente conferma da quanto emerge dalla letteratura: i risultati di alcune ricerche mostrano che esiste una correlazione tra visualizzazione di siti Pro Ana, modificazione del proprio comportamento alimentare e atteggiamento nei confronti del proprio corpo. (Jett et al., 2010). Prima di indagare i risultati di tale ricerche, vorrei fare alcune riflessioni. Innanzitutto si potrebbe sostenere che chi ha un DCA non abbia bisogno di internet per cercare consigli, e che le ragioni che spingono alcune persone  a cercare tali siti siano che, soffrendo già di disturbi alimentari, desiderino la vicinanza di chi ha un’esperienza simile per condividere i propri pensieri ed emozioni e, indirettamente, per mantenere il disturbo. In tal caso, la pericolosità risiederebbe nell’eventuale effetto di mantenimento dei sintomi esercitato dal frequentare siti Pro Ana. Sorge spontaneo chiedersi se i consigli e le immagini possano avere di per sé valore nel modificare il comportamento alimentare in soggetti che non soffrono di DCA e non presentano un comportamento alimentare patologico. A seguire i risultati di alcune ricerche sul tema.

Gli effetti dei blog Pro Ana tra chi non soffre di DCA: una ricerca

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Per quanto riguarda la correlazione tra pensieri, emozioni e visualizzazione di siti Pro Ana, è stato effettuato uno studio su un campione di donne che non soffrono di DCA che ha mostrato come la visualizzazione di questi siti abbia effetti a livello cognitivo ed emotivo (Bardone et al., 2006); in particolare è stato preso un campione casuale di donne, che altrettanto casualmente sono state suddivise in tre gruppi. Ad un gruppo sono stati mostrati siti Pro Ana, ad un altro siti di moda con modelle di taglia media, al terzo gruppo siti definiti “neutrali”, poiché parlavano di decorazioni per la casa. Prima e dopo la visualizzazione dei siti, le partecipanti hanno compilato un questionario che indagava le loro sensazioni e i loro pensieri. I risultati hanno mostrato una diminuzione dei livelli di autostima e autoefficacia, una diminuzione della percezione di sé come attraenti ed emozioni negative nel gruppo che aveva visitato siti Pro Ana. Tali risultati non sono pervenuti nelle donne che hanno visitato gli altri siti. I risultati mostrano quindi come la visualizzazione di siti Pro Ana abbia un effetto negativo su pensieri ed emozioni in un campione non clinico, cioè di soggetti che non soffrono di DCA. Altri ricercatori hanno condotto uno studio simile su un campione di studentesse del college che avessero un BMI maggiore di 18 e non avessero antecedenti di DCA (Jett et al., 2010). Il campione è stato esposto a siti Pro Ana o a siti di turismo per un’ora e 50 minuti. Successivamente sono stati raccolti dati quantitativi e qualitativi per valutare cambiamenti nel comportamento alimentare: a ciascun soggetto è stato chiesto, prima e dopo la visualizzazione dei siti, di indicare quali alimenti consumasse e a quante calorie corrispondessero. E’ emerso che il gruppo che ha visionato i siti Pro Ana ha diminuito l’introito calorico nei giorni seguenti, utilizzando alcuni dei consigli e delle tecniche fornite da questi siti. Tali cambiamenti si sono prolungati anche nelle tre settimane successive, quando lo studio si è concluso. E’ emerso quandi che anche una modesta esposizione a questi siti può determinare cambiamenti nell’introito calorico e l’aumento di un comportamento alimentare poco salutare tra chi non soffre di disturbi alimentari. Gli autori concludono che una grande esposizione a questi siti potrebbe esporre i visitatori al rischio non solo di aumentare, ma anche di sviluppare un DCA. Si tratta tuttavia di un’ipotesi, in quanto i disturbi alimentari si manifestano per l’intreccio di più fattori, per cui la mera esposizione ai siti, di per sé, è dfficile che possa causare un DCA, così come chi non ha tendenza a sviluppare un disturbo alimentare avrebbe pochi motivi per seguire in maniera costante siti Pro Ana. Di certo, tuttavia, i risultati di questa ricerca non possono essere ignorati.

“Thinspiration”

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Per quanto riguarda il rapporto tra le immagini caricate sui blog Pro Ana alcuni ricercatori hanno cercato di indagare l’impatto delle “thinspiration” su un campione di donne affette da DCA – il gruppo di controllo era costituito da donne che non soffrivano di DCA (Reichiel et al., 2013). È stata effettuata una valutazione delle reazioni di ragazze affette da DCA di fronte a immagini di donne estremamente emaciate. I risultati suggeriscono che le donne con DCA avevano reazioni di attrazione, mentre le altre, quelle appartenenti al gruppo di controllo, di repulsione. Questo porta ad affermare che la visualizzazione di corpi estremamente emaciati possa costituire un fattore motivazionale, ma solo per chi soffre di disturbi alimentari (Valeska et al., 2014). Questo non significa che la semplice esposizione ad un’immagine “thinspiration” di per sé basti a determinare un cambiamento rispetto al proprio comportamento alimentare, o che spinga necessariamente a dimagrire; si potrebbe ritenere che certi stimoli visivi fungano da “trigger” in grado di elicitare un certo spettro di emozioni, partendo dal fatto che tali immagini vengano considerate, da chi ha un blog Pro Ana, come ideali ai quali ispirarsi (Fox et al, 2007). Inoltre, è significativo come queste ragazze possano avere una reazione positiva e di attrazione verso immagini che, per chi non soffre di DCA, provocano repulsione. È bene tuttavia specificare che le thinspiration occupano un vasto range di magrezza: mentre in alcuni blog vengono postate immagini di donne, di modelle magre ma di una magrezza in salute, altri soggetti postano immagini di donne mediamente emaciate, altre scheletriche e decisamente malate, anche se spesso modificate con appositi programmi grafici. Ciò a indicare, di nuovo, l’eterogeneità quale tratto caratteristico del mondo virtuale Pro Ana.

In conclusione, non è chiaro se visitare tali siti possa portare realmente a sviluppare un DCA. È più semplice verificare il contrario, ossia che tra i visitatori di questi siti vi siano persone con DCA, come affermato precedentemente. L’importanza degli studi citati sopra sta nel fatto che i campioni che hanno partecipato all’esperimento sono fondamentalmente non clinici: non hanno, cioè, una diagnosi di disturbo alimentare. Una riflessione: Il fatto che nel campione non siano presenti soggetti con diagnosi di DCA, tuttavia, non esclude che tra il campione stesso vi siano soggetti che soffrono di disturbi alimentari non diagnosticati. Il fatto che la visualizzazione dei siti Pro Ana abbia affetti negativi su diverse dimensioni quali l’autostima, i pensieri, le emozioni, i comportamenti di alcune persone, potrebbe far pensare che queste stesse persone abbiano una certa vulnerabilità verso questo genere di stimoli, e siano di per sé più inclini a sviluppare un DCA. Questo rappresenta, a mio parere, un limite intrinseco a queste ricerche. Nonostante questo, si tratta di contributi importanti: i dati suggeriscono che la semplice esposizione a tali siti comporti modifiche a livello cognitivo, emotivo e comportamentale, modifiche che si possono leggere in una diminuzione dell’autostima, dell’autoefficacia, in una minore soddisfazione verso la propria immagine corporea, in un cambiamento nel comportamento alimentare orientato verso la diminuzione dell’introito calorico. Questo, di per sé, è sufficiente, a mio parere, per attribuire ai siti Pro Ana una certa pericolosità. Un altro limite delle ricerche citate sopra risiede nel fatto che non è stata fatta una valutazione su lungo termine: non è chiaro se tali effetti si riscontrino anche dopo parecchio tempo.

E Per chi già soffre di DCA?

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Prendendo in considerazione, invece, soggetti con DCA conclamato (Csipke et al, 2007) è emerso che, in seguito ad interviste, i partecipanti hanno ammesso che i siti li hanno aiutati a mantenere il DCA e li hanno scoraggiati a guarire. In questo studio trova quindi conferma quanto ipotizzato da Giovannini in merito al fatto che i siti Pro Ana possano avere l’effetto di mantenimento del DCA. Infine, un ultimo studio (Juarez et al., 2012) arriva a concludere che vi sia maggior influenza rispetto al desiderio di dimagrire esercitata dai siti Pro Ana rispetto ai Mass Media, spesso attaccati in quanto promotori di modelli di bellezza improntati alla magrezza estrema.

Conclusioni

Che i siti Pro Ana si possano considerare pericolosi, prendendo in considerazione le diverse sfaccettature che il termine “pericoloso” porta con sé, è messo piuttosto in evidenza da quanto emerge dalle ricerche. Non è chiaro tuttavia se tali siti possano causare un DCA. Sarebbe intuitivo ipotizzare, tuttavia, che, senza una vulnerabilità, la visualizzazione di tali siti non possa di per sé portare a sviluppare un disturbo alimentare.

Un’ultima riflessione: ho parlato esclusivamente di siti Pro Ana, riferendomi appunto a quella categoria di siti che si dichiarano essere Pro Ana, così come le ricerche a cui ho fatto riferimento si riferivano a tali siti. Sarebbe opportuno precisare che anche i siti non dichiaratamente Pro Ana esercitano una certa influenza su chi li frequenta, influenza che potrebbe essere comunque negativa, poiché mantiene i soggetti all’interno del discorso sul DCA, sui sintomi e su comportamenti alimentari patologici.

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa

Mamme e papà

Mio figlio non vuol più andare a scuola! Riconoscere la fobia scolare

Marco ha 11 anni e frequenta la prima media. Non è mai andato particolarmente volentieri a scuola ma, da quest’anno, andare a scuola si rivela un dramma: quasi ogni mattina piange prima di andare a scuola: ora il papà o la mamma lo devono accompagnare perché non riesce più a prendere il pullmino da solo. Di notte dorme male e, soprattutto la domenica sera, ha mal di testa o mal di pancia.

Anna ha 4 anni e frequenta la scuola dell’infanzia. Ogni mattina piange e fa scenate non appena varca la soglia della scuola: urla come una disperata e si attacca alle gambe della mamma.

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Mattia ha 12 anni e ha sempre un pretesto per farsi lasciare a casa da scuola. Non è uno studente brillante, ma alle elementari le maestre non hanno mai fatto emergere particolari problemi. Almeno due volte alla settimana chiama a casa per farsi venire a prendere a scuola, dicendo di star male.

Stanchi, frustrati e preoccupati, i genitori hanno parlato con insegnanti, conoscenti, parenti e altri genitori. Si sono sentiti dire che il loro figlio è pigro e prende delle scuse per stare a casa, che la loro figlia è viziata e mammona, che dovrebbero fare questo, che avrebbero dovuto fare quello. Tuttavia, non sanno cosa fare: prediche, sgridate e spiegazioni non sembrano funzionare: con le buone o con le cattive Marco piange sempre e dice di non voler andare a scuola, Anna si aggrappa alle gambe della mamma e fa scenate, Mattia esce prima da scuola due volte su cinque.

Fobia scolare: di cosa si tratta e come si manifesta

 

Anna Marco e Mattia, è chiaro, non fanno i capricci.Per quanto possa capitare a molti bambini di andare malvolentieri a scuola  (sarà capitato anche a noi adulti di inventare scuse per non andare a scuola),  le situazioni sopra descritte sono diverse: persistono nel tempo e sono sintomo di un malessere molto profondo. Si tratta di fobia scolare, o ansia scolastica.

 

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L’ansia scolastica si manifesta in maniera differente in base soprattutto all’età del bambino: per i più piccoli si verificano soprattutto crisi di pianto e difficoltà a separarsi dai genitori, che spesso riferiscono che il bambino fa “scenate”.

I bambini più grandi manifestano sintomi di somatizzazione, quali mal di pancia, mal di stomaco, vomito, febbre, mal di testa, tremori, tensione muscolare; si tratta di sintomi che inducono il bambino a chiedere di stare a casa, o di chiamare i genitori per uscire prima da scuola.

Spesso i bambini che soffrono di questo disturbo fanno fatica ad addormentarsi e hanno crisi di panico all’ingresso a scuola o prima di uscire di casa. Inoltre si possono manifestare irrequietezza, irritabilità, continue richieste di rassicurazione, perfezionismo , paura di sbagliare e dei giudizi negativi.

Queste manifestazioni sintomatiche, fisiche o comportamentali, sono spesso prese da genitori o insegnanti come capricci, indice di pigrizia e di scarsa volontà. Spesso si è portati a credere che il bambino menta rispetto ai propri sintomi per stare a casa, perché “non ha voglia”. In realtà , il bambino sta sperimentando un disagio molto forte, spesso correlato a senso di colpa per non aver compiuto “il proprio dovere”.

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Le paure che scatenano la fobia scolastica ( paura di verifiche ed interrogazioni, paura degli insegnanti, e così via)  sono in realtà indice di ansia da separazione, ossia paura di separarsi dalle figure di attaccamento, come i genitori.

Come anticipato, questi sopra indicati possono essere timori frequenti negli studenti di ogni ciclo scolastico: ciò che fa la differenza nella fobia scolastica, è l’intensità della paura provata, spesso ingiustificata, accompagnata dai sintomi sopra elencati e da pensieri specifici; chi soffre di ansia scolastica pensa sempre al peggio, che le cose a scuola andranno male, ma non solo. I soggetti che soffrono di questo disturbo possono pensare che ai genitori possa succedere qualcosa di brutto anche senza reali motivi per pensare ciò. Questo significa che la paura del bambino ha a che fare non solo con la scuola, ma anche, e soprattutto, con le dinamiche familiari.

Spesso si è portati a pensare che i bambini che soffrono di ansia scolastica vogliano tornare a casa perché hanno bisogno di affetto o della protezione dei genitori. In realtà si tratta di bambini che percepiscono il genitore, spesso la mamma, come debole e da proteggere, per cui, lontani dall’ambiente domestico, sono pervasi da una preoccupazione insopportabile, che si traduce spesso in manifestazioni ansiose.

L’ansia scolastica può comportare un significativo calo del rendimento scolastico, perdita di interesse verso materie che prima piacevano, ricerca continua dell’approvazione dell’insegnante, difficoltà di concentrazione, difficoltà a parlare davanti alla classe, tendenza ad evitare le difficoltà e a portare a termine i compiti.

La fobia scolare spesso si associa ad altri disturbi, quali disturbi specifici dell’apprendimento, disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, disturbi del comportamento, nel senso che tali disturbi possono costituire una fragilità su cui la fobia scolare può innestarsi trovando terreno fertile.

Questo significa, per esempio, che le difficoltà che un bambino con disturbi dell’apprendimento incontra a scuola incidono sulla sua sfera emotiva e cognitiva, concorrendo come fattore nel determinare l’ansia scolastica, ma non come causa.

I sintomi dell’ansia scolastica, solitamente, si presentano in maniera graduale, spesso dopo un periodo di vacanza o dopo il weekend, o in seguito ad un avvenimento stressante.

Da cosa deriva l’ansia scolastica

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I fattori che possono causare ansia scolastica sono molteplici, possono variare da situazione a situazione, per cui è difficile, se non quasi impossibile, determinare in maniera precisa le cause di questo disturbo, anche per via del fatto che ciascun bambino è diverso dall’altro, e ciò che fa star male uno può non far stare male l’altro, e così via.

I fattori ambientali hanno una certa influenza nella fobia scolare: problematiche familiari come la separazione, la malattia (fisica o psichica) di uno dei genitori o di un familiare stretto, la nascita di un fratellino, conflitti coniugali o familiari, bullismo, problemi con il gruppo dei pari o con l’insegnante. I risultati delle ricerche mostrano come spesso, le mamme di questi bambini sino loro stesse ansiose o iperprotettive, mentre i padri poco presenti rispetto all’educazione dei figli.

Ciò non significa che di per sé la separazione dei genitori o la nascita di un fratellino possano causare fobia scolare: possono esserene fattori determinanti se pensati all’interno di un più ampio quadro di dinamiche relazionali. Spesso è davvero difficile, per i genitori o per chi sta accanto a loro capire il perché di tale disagio profondo.

Le basi della fobia scolare si pongono quindi all’interno della qualità e della tipologia di legame di attaccamento tra i genitori e il bambino, dove per legame di attaccamento ci si riferisce al livello di sicurezza con cui il bambino ha imparato ad esplorare il mondo, fiducioso nella possibilità di tornare, in caso di bisogno, alla base sicura costituita dai suoi genitori. Se un bambino, al momento in cui ha iniziato ad allontanarsi fisicamente dai genitori (spesso soprattutto dalla mamma), ha sentito che le sue figure di riferimento erano ansiose e preoccupate, interiorizzerà l’esperienza di allontanamento come ansiogena e preoccupante per sé o per gli altri. Ciò non è certo sufficiente per determinare un sintomo. Ma se, all’interiorizzazione di questo vissuto si associa, nel momento presente, un evento particolarmente stressante per sé o per i familiari, il sintomo può emergere in maniera dirompente come manifestazione di una sofferenza profonda e come difesa dalla sofferenza stessa.

Provo a fare un esempio semplificando  molto quella che potrebbe essere la realtà delle cose.

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Ipotiziamo che la mamma di Anna abbia deciso di smettere di andare a lavorare alla nascita della bambina, decisione presa di buon grado dal marito, che si sente bene all’idea di essere quello che provvede alla sua famiglia: quando la moglie lavorava sentiva di essere trascurato e, soprattutto, temeva  che la moglie lo potesse sorpassare a livello di carriera, cosa per lui insopportabile. La mamma di Anna, nata la bambina, percepisce la propria scelta come giusta, ma anche di aver sacrificato una parte di sé. Del resto dalla propria famiglia di origine ha imparato che le brave mamme si sacrificano per i loro figli. Cerca quindi di essere una buona madre e instaura un rapporto fusionale con la figlia. le sta molto dietro, la stimola con attività e giochi; sente che la sua parte ferita e sacrificata, quella di donna che si autorealizza, può rimanere sopita grazie alla bambina, che cresce bene, vispa e intelligente, e tutti le fanno i complimenti. Quando Anna compie i primi passi, tuttavia, la mamma è particolarmente attenta che la bambina non si faccia male, non solo: è molto ansiosa e, quando questa si allontana, le ripete di stare attenta, di non allontanarsi troppo, le corre dietro per evitare che cada: deve essere una brava mamma! Quando giunge il momento di andare all’asilo Anna, che non ha mai dato problemi, inizia a fare scenate. E i complimenti delle persone cominciano a diventare consigli, poi critiche. La mamma non sa più che fare, e nemmeno il papà. nessuno si è accorto che la mamma di Anna soffre di depressione, e che la bambina funge da antidepressivo: Anna teme, a livello emotivo e implicito, che la mamma senza di lei non ce la possa fare, che crolli,  e teme con angoscia di allontanarsi da lei per tutto quel tempo. Allo stesso modo nessuno si è accorto che il papà ha una grande paura di essere lasciato dalla moglie e che, da quando è nata la bambina si è sentito ancora più solo di quando la moglie andava a lavorare. Se non si fosse sentito così solo e arrabbiato con la moglie, forse, avrebbe preso più parte rispetto alla dimensione genitoriale, sarabbe a sua volta stato più vicino alla moglie, che non avrebbe sviluppato una relazione simbiotica con la figlia, e che non sarebbe rimasta così depressa. Forse, se il padre di Anna avesse avuto una storia personale diversa, non avrebbe lasciato che la moglie si sacrificasse lasciando il lavoro, e questa non avrebbe pensato, per lo stesso motivo, di dover compiacere marito e familiari. E forse Anna sarebbe più serena ad andare all’asilo.

Questo è solo un esempio di come l’intreccio delle storie individuali di due genitori può influire sullo sviluppo di un bambino che manifesta un sintomo. Chiaramente non tutte le storie simili a questa hanno lo stesso esito e, chiaramente, entra in gioco anche una dimensione legata all’individualità del bambino, alla sua personalità, alle esperienze che ha fatto, al contesto in cui si trova. A livello individuale, la fobia scolare, è legata a bassa autostima, tendenza al perfezionismo e incapacità di tollerare anche piccoli insuccessi, di fronte, a volte, a genitori che sono particolarmente attenti al rendimento scolastico.

 

Rispetto agli stili educativi, chi soffre di fobia scolare ha genitori che hanno uno stile poco autorevole e particolarmente tollerante, per cui il bambino potrebbe sentirsi spaventato dai rimproveri degli insegnanti, sempre più frequenti più la classe è caotica e rumorosa.

Ciò che è bene tenere presente è che, trattandosi di una fobia, in realtà la causa non è la scuola stessa, ma come detto, la “causa” ha radici più profonde e relazionali, come detto.

Mentre nella prima infanzia è più facile riconoscere questo disturbo, nell’adolescenza può essere confuso con demotivazione o pigrizia, ed esitare in dispersione scolastica.

Quando le assenze durano a lungo

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Può accadere che il bambino si assenti da scuola per lungo periodo. E’ importante accedere ad un percorso di psicoterapia, mantenendo un buon contatto con la scuola per far sì che l’alunno rimanga alla pari. Quando il bambino sarà pronto per rientrare, gli insegnanti possono fare molto per aiutarlo evitando, per esempio, di farlo parlare ad alta voce davanti alla classe o di farlo rispondere dal banco.

Soprattutto nel periodo di reinserimento, se il bambino è rimasto molto a casa, è importante che si crei uno spazio dove il bambino possa momentaneamente “rifugiarsi” quando sente che l’ansia sta aumentando, o per gestire le emozioni che il ritorno a scuola può suscitare. E’ importante che gli insegnanti siano avvisati del ritorno a scuola del bambino, ma che anche il bambino stesso venga preparato a casa.

Il ritorno può essere graduale: spesso i bambini iniziano a frequentare solo alcuni giorni, o rimangono in classe fino ad una certa ora per poi uscire prima; talvolta è necessario che il genitore accompagni il bambino a scuola, e rimanga un po’ di tempo con lui.

In alcuni casi è necessario attivare il supporto di un educatore che accompagni e resti con il bambino a scuola.

Cosa fare quando il bambino mostra i sintomi della fobia scolare?

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Va da sè che quando si presentano i sintomi della fobia scolare è necessario contattare uno psicologo, che saprà non solo valutare la situazione, ma anche proporre il tipo di intervento più adatto, coinvolgendo, se serve, altri professionisti.

E’ importante mantenere un buon dialogo con la scuola, e chiarire il problema con gli insegnanti; questo non significa che si debba parlare di questioni private, ma è necessario specificare che proprio figlio presenta una vera e propria problematica che si sta cercando di risolvere.

Esistono diverse modalità di intervento per aiutare il bambino o l’adolescente a superare questa problematica. Alcuni interventi sono centrati soprattutto sul sintomo, hanno la finalità di ridurre l’ansia e l’obiettivo di far sì che il soggetto torni a frequentare la scuola senza fare troppe assenze.

Altri approcci, di tipo familiare, sono caratterizzati dal coinvolgimento dei genitori, e/o di tutta la famiglia, al fine di lavorare sulle dinamiche relazionali che hanno determinato l’insorgere del sintomo, senza però dimenticare la componente individuale del bambino.

L’intervento individuale, quello centrato sul bambino, spesso non è sufficiente, per questo è necessario che la familgia si attivi per diventare essa stessa un fattore terapeutico.

Per riprendere l’esempio di Anna e dei suoi genitori, un approccio di terapia familiare permetterebbe di rileggere il comportamento di Anna come un segnale di qualcosa che non va non solo tra i due genitori come coppia, ma anche di ciascuno di loro come individuo, permettendo loro una riorganizzazione familiare che comporti la cura di vecchie e attuali ferite, per le quali ciascuno ha una parte di responsabilità e allo stesso tempo è risorsa terapeutica.

è quindi importante considerare i sintomi del bambino come manifestazione di disagio, dando loro il giusto peso e non considerandoli come pigrizia. Chiedere aiuto ad uno psicologo e informare la scuola sono i primi passi che i genitori possono compiere per aiutare il loro figlio.

 

Se sei un genitore e pensi che possa esserti utile una consulenza, contattami pure al numero 3468103317 o alla mail  guerinirocco.silvia@libero.it

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, Psicologa

 

Psicologia e Psicoterapia

Pro Ana: un po’ di chiarezza

Che cos’è il Fenomeno Pro Ana?  E’ una specie di setta? I siti pro Ana sono realmente dannosi? chi ne fa parte soffre davvero di disturbi almentari, oppure si tratta di persone che emulano chi ne soffre per attirare si di sè attenzione? Cosa si può fare se si scopre che un nostro caro frequenta questi siti?

In questo articolo cercherò di fare chiarezza su quello che è il “fenomeno Pro Ana”, tema del quale mi occupo da qualche anno a questa parte, e sul quale ho pubblicato un breve saggio divulgativo “Fenomeno Pro Ana, una nuova generazione di disturbi almentari”

Fenomeno pro Ana: di che cosa si tratta?

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Comunemente lo si conosce come un fenomeno comparso sul Web ormai più di 10 anni fa, in cui adolescenti e giovani donne si scambiano consigli su come dimagrire drastricamente fino a raggiungere l’anoressia attraverso la partecipazione a blog o forum online. Tra questi consigli compaiono diete drastiche, indicazioni su come digiunare, vomitare, nascondere ai genitori il proprio comportamento e così via. Si tratta di un fenomeno riguardante soprattutto il genere femminile, anche se non eslcude la presenza di maschi.

Se si studia il fenomeno in maniera più approfondita si comprende quanto, in realtà, il fenomeno si estremamente eterogeneo: c’è chi desidera solo dimagrire drasticamente, chi vuole diventare anoressica, chi è bulimica o soffre di binge eating disorder e vorrebbe diventare o tornare ad essere anoressica, e così via. L’etichetta di anoressica può essere ugualmente rifiutata, oppure ricercata, come se quello di anoressica fosse uno status da raggiungere.

All’interno di quello che definirei il grande calderone “Pro Ana” Esiste un’anima più radicale, rappresentata da quelle ragazze che si fanno forza a vicenda per raggiungere il loro obiettivo di dimagrimento, altre che vogliono diventare anoressiche ma non condividono i consigli su come farlo, anzi, cercano di disincentivare le altre nel comune obiettivo autodistruttivo, altre ancora che, invece, rifiutano il concetto di “Pro Ana” ma ne frequentano l’ambiente virtuale. C’è inoltre chi cerca di dare consigli e supporto su come uscire dai disturbi alimentari. Inoltre, i blog e forum non contengono solo trucchi e incitazioni per dimagrire, ma anche racconti sulla propria vita, sulla quotidianità, riflessioni sul prorpio malessere: il vero comune denominatore che unisce queste persone.

In sintesi, ritengo che sia riduttivo parlare di “Fenomeno Pro Ana” senza considerare l’eterogeneità che lo caratterizza.

 

Il fenomeno Pro Ana è una setta?

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Sebbene il termine “Pro Ana” sia ormai diventato sinonimo di “Pro Anoressia”, da ricerche più approfondite risulta essere diminutivo di Anamadim, una sorta di divinità del controllo, una sorta di dea dell’anoressia. Il fenomeno, originato dal sito Ana’s Underground Grotto, noto come primo sito Pro Ana, si riferirebbe ad una sorta di “movimento religioso” legato alla venerazione dell’Anoressia e del controllo: le ragazze che si definiscono Pro Ana sarebbero le adepte di una sorta di “setta”, dotata di un proprio credo, di propri comandamenti, finalizzati alla venerazione della “Dea Ana” attraverso pratiche di controllo alimentare estremo e digiuno ascetico. (Giovannini, 2005). Esplorando i blog e i siti “Pro Ana”, sono tuttavia ben poche non solo le persone che conoscono le origini e il significato del fenomeno nella sua dimensione pseudomistica, ma anche coloro che effettivamente vivono l’essere Pro Ana come una forma di religione alternativa: essere pro ana significa avere un atteggiamento positivo verso l’anoressia e il controllo estremo dell’introito calorico.

Pro Ana tutta la vita?

Il sottotitolo di questo paragrafo è un po’ provocatorio. Quando si parla di fenomeno Pro Ana si tende infatti a dimenticare una dimensione fondamentale per la comprensione del fenomeno: quella temporale. Spesso i blog e forum di chi si definisce Pro Ana hanno vita relativamente breve: nel giro di qualche tempo le persone che si definiscono Pro Ana smettono di condividere consigli su come perdere peso, e lo possono fare per diverse ragioni, non è esclusa assolutamente la guarigione o la tendenza verso la guarigione del disturbo alimentare di cui soffrono. Perché, sì, secondo le ricerche chi frequenta questi siti soffre di disturbi alimentari o ne mostra i sintomi.

Si diventa anoressiche seguendo i blog Pro Ana?

Secondo le ricerche, ma anche a livello intuitivo,  frequentare siti “pro Ana” è pericoloso, ma lo è soprattutto per chi già soffre o sta iniziando a soffrire di disturbi alimentari. I siti Pro Ana, sempre secondo alcune ricerche che ho citato nel mio libro, possono far insorgere un disturbo alimentare latente, così fungere da rinforzo per chi già presenta i sintomi dei DCA. E’ difficile, tuttavia, che tali siti possano indurre chi non soffre di DCA ad ammalarsi.

Le pro ana sono veramente anoressiche? O sono solo emulatrici?

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Spesso leggo commenti scritti da persone che ritengono che le pro ana siano solo ragazzine viziate in cerca di attenzione: sicuramente con problemi, ma non anoressiche: loro l’anoressia non sanno nemmeno cosa sia. In realtà mi trovo  in disaccordo con queste affermazioni, e il mio disaccordo è supportato dalle ricerche scientifiche che ho citato nel mio saggio.

E’ vero, spesso le Pro Ana- o comunque chi frequenta siti e blog pro ana-   si trovano in una fase di perdita di controllo rispetto alla restrizione alimentare: ciò non sinifica che non siano anoressiche. Spesso non sono magrissime, ma il loro comportamento alimentare è sintomatico. Spesso soffrono di binge eating disorder o di bulimia: non sono emulatrici, soffrono semplicemente di disturbi del comportamento alimentare, e cercano, attraverso il supporto e la condivisione sociale di chi sta attraversando una fase di vita come la loro, di ritrovare il controllo sulla propria vita attraverso il controllo dell’introito alimentare. Si tratta di persone con una sofferenza profonda, e che cercano di lenire questa sofferenza attraverso la restrizione alimentare.

perché molte ragazze aderiscono ai blog Pro Ana?

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Per dimagrire, per diventare o per tornare ad essere in controllo, per essere capite e non giudicate, per costruire la propria identità. Questo, forse, il rischio più grande legato alla frequentazione dei siti pro ana: quello della costruzione di un’identà malata.  Chi fa parte di questo fenomeno, infatti, sono soprattutto adolescenti e giovani adulti.

sono molte le ragioni che spingono, soprattutto le adolescenti, a frequentare e a tenere blog Pro Ana o legati ai DCA. Ciò che colpisce, a mio parere, è soprattutto l’esigenza di condivisione del proprio pensiero ed esperienza, così come il bisogno di relazione che caratterizza i soggetti che frequentano tali siti e che non riescono a relazionarsi in maniera appagante con le persone al di fuori dell’ambiente online, come è comune tra chi soffre di DCA.

I Blog Pro Ana sono in diminuzione?

Esistono molti blog Pro Ana o che, comunque, pur non essendo apertamente Pro Ana, parlano di disturbi alimentari; tuttavia si può notare che, rispetto a quelche tempo fa, ne esistono  molti meno e, spesso, quelli che si trovano, non sono aggiornati da mesi. Questo dato, tuttavia, è apparentemente confortante: il fenomeno, che prima si manifestava appunto attraverso blog e forum, ora si è “spostato” su WhatsApp: spesso le ragazze che condividono il medesimo obiettivo di dimagrimento, utilizzano la piattaforma dei blog per scambiarsi il numero di telefono, creando così gruppi WhatsApp a tema.

Controllare il fenomeno non è semplice: spesso, infatti, sopraggiungono segnalazioni alla Polizia Postale, che esitano nella chiusura dei blog segnalati. Tuttavia i blog chiusi vengono riaperti piuttosto velocemente, magari cambiando indirizzo; si evince che più si cerca di reprimere il fenomeno, più i confini del gruppo delle Pro Ana si irrigidiscono. La repressione, difficile, si può rivelare pertanto poco funzionale. Inoltre, date le caratteristiche di eterogeneità delle partecipanti al fenomeno, non sempre è facile identificare blog dichiaratamento Pro Ana. Tenere presente che si tratta di persone che hanno bisogno di aiuto e non di essere giudicate è il primo passo per avvicinarsi e per aiutare chi appoggia il movimento Pro Ana. Consultare specialisti, mettersi in una posizione di ascolto e, soprattutto, tenere presente che il sintomo è un modo per curare una sofferenza più profonda sono i primi passi per aiutare chi non vuole abbandonare il proprio disturbo alimentare.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, qui il link per l’acquisto del mio libro.

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Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa a Monza e a Sant’Angelo Lodigiano