Mamme e papà

Mio figlio non vuol più andare a scuola! Riconoscere la fobia scolare

Marco ha 11 anni e frequenta la prima media. Non è mai andato particolarmente volentieri a scuola ma, da quest’anno, andare a scuola si rivela un dramma: quasi ogni mattina piange prima di andare a scuola: ora il papà o la mamma lo devono accompagnare perché non riesce più a prendere il pullmino da solo. Di notte dorme male e, soprattutto la domenica sera, ha mal di testa o mal di pancia.

Anna ha 4 anni e frequenta la scuola dell’infanzia. Ogni mattina piange e fa scenate non appena varca la soglia della scuola: urla come una disperata e si attacca alle gambe della mamma.

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Mattia ha 12 anni e ha sempre un pretesto per farsi lasciare a casa da scuola. Non è uno studente brillante, ma alle elementari le maestre non hanno mai fatto emergere particolari problemi. Almeno due volte alla settimana chiama a casa per farsi venire a prendere a scuola, dicendo di star male.

Stanchi, frustrati e preoccupati, i genitori hanno parlato con insegnanti, conoscenti, parenti e altri genitori. Si sono sentiti dire che il loro figlio è pigro e prende delle scuse per stare a casa, che la loro figlia è viziata e mammona, che dovrebbero fare questo, che avrebbero dovuto fare quello. Tuttavia, non sanno cosa fare: prediche, sgridate e spiegazioni non sembrano funzionare: con le buone o con le cattive Marco piange sempre e dice di non voler andare a scuola, Anna si aggrappa alle gambe della mamma e fa scenate, Mattia esce prima da scuola due volte su cinque.

Fobia scolare: di cosa si tratta e come si manifesta

 

Anna Marco e Mattia, è chiaro, non fanno i capricci.Per quanto possa capitare a molti bambini di andare malvolentieri a scuola  (sarà capitato anche a noi adulti di inventare scuse per non andare a scuola),  le situazioni sopra descritte sono diverse: persistono nel tempo e sono sintomo di un malessere molto profondo. Si tratta di fobia scolare, o ansia scolastica.

 

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L’ansia scolastica si manifesta in maniera differente in base soprattutto all’età del bambino: per i più piccoli si verificano soprattutto crisi di pianto e difficoltà a separarsi dai genitori, che spesso riferiscono che il bambino fa “scenate”.

I bambini più grandi manifestano sintomi di somatizzazione, quali mal di pancia, mal di stomaco, vomito, febbre, mal di testa, tremori, tensione muscolare; si tratta di sintomi che inducono il bambino a chiedere di stare a casa, o di chiamare i genitori per uscire prima da scuola.

Spesso i bambini che soffrono di questo disturbo fanno fatica ad addormentarsi e hanno crisi di panico all’ingresso a scuola o prima di uscire di casa. Inoltre si possono manifestare irrequietezza, irritabilità, continue richieste di rassicurazione, perfezionismo , paura di sbagliare e dei giudizi negativi.

Queste manifestazioni sintomatiche, fisiche o comportamentali, sono spesso prese da genitori o insegnanti come capricci, indice di pigrizia e di scarsa volontà. Spesso si è portati a credere che il bambino menta rispetto ai propri sintomi per stare a casa, perché “non ha voglia”. In realtà , il bambino sta sperimentando un disagio molto forte, spesso correlato a senso di colpa per non aver compiuto “il proprio dovere”.

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Le paure che scatenano la fobia scolastica ( paura di verifiche ed interrogazioni, paura degli insegnanti, e così via)  sono in realtà indice di ansia da separazione, ossia paura di separarsi dalle figure di attaccamento, come i genitori.

Come anticipato, questi sopra indicati possono essere timori frequenti negli studenti di ogni ciclo scolastico: ciò che fa la differenza nella fobia scolastica, è l’intensità della paura provata, spesso ingiustificata, accompagnata dai sintomi sopra elencati e da pensieri specifici; chi soffre di ansia scolastica pensa sempre al peggio, che le cose a scuola andranno male, ma non solo. I soggetti che soffrono di questo disturbo possono pensare che ai genitori possa succedere qualcosa di brutto anche senza reali motivi per pensare ciò. Questo significa che la paura del bambino ha a che fare non solo con la scuola, ma anche, e soprattutto, con le dinamiche familiari.

Spesso si è portati a pensare che i bambini che soffrono di ansia scolastica vogliano tornare a casa perché hanno bisogno di affetto o della protezione dei genitori. In realtà si tratta di bambini che percepiscono il genitore, spesso la mamma, come debole e da proteggere, per cui, lontani dall’ambiente domestico, sono pervasi da una preoccupazione insopportabile, che si traduce spesso in manifestazioni ansiose.

L’ansia scolastica può comportare un significativo calo del rendimento scolastico, perdita di interesse verso materie che prima piacevano, ricerca continua dell’approvazione dell’insegnante, difficoltà di concentrazione, difficoltà a parlare davanti alla classe, tendenza ad evitare le difficoltà e a portare a termine i compiti.

La fobia scolare spesso si associa ad altri disturbi, quali disturbi specifici dell’apprendimento, disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, disturbi del comportamento, nel senso che tali disturbi possono costituire una fragilità su cui la fobia scolare può innestarsi trovando terreno fertile.

Questo significa, per esempio, che le difficoltà che un bambino con disturbi dell’apprendimento incontra a scuola incidono sulla sua sfera emotiva e cognitiva, concorrendo come fattore nel determinare l’ansia scolastica, ma non come causa.

I sintomi dell’ansia scolastica, solitamente, si presentano in maniera graduale, spesso dopo un periodo di vacanza o dopo il weekend, o in seguito ad un avvenimento stressante.

Da cosa deriva l’ansia scolastica

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I fattori che possono causare ansia scolastica sono molteplici, possono variare da situazione a situazione, per cui è difficile, se non quasi impossibile, determinare in maniera precisa le cause di questo disturbo, anche per via del fatto che ciascun bambino è diverso dall’altro, e ciò che fa star male uno può non far stare male l’altro, e così via.

I fattori ambientali hanno una certa influenza nella fobia scolare: problematiche familiari come la separazione, la malattia (fisica o psichica) di uno dei genitori o di un familiare stretto, la nascita di un fratellino, conflitti coniugali o familiari, bullismo, problemi con il gruppo dei pari o con l’insegnante. I risultati delle ricerche mostrano come spesso, le mamme di questi bambini sino loro stesse ansiose o iperprotettive, mentre i padri poco presenti rispetto all’educazione dei figli.

Ciò non significa che di per sé la separazione dei genitori o la nascita di un fratellino possano causare fobia scolare: possono esserene fattori determinanti se pensati all’interno di un più ampio quadro di dinamiche relazionali. Spesso è davvero difficile, per i genitori o per chi sta accanto a loro capire il perché di tale disagio profondo.

Le basi della fobia scolare si pongono quindi all’interno della qualità e della tipologia di legame di attaccamento tra i genitori e il bambino, dove per legame di attaccamento ci si riferisce al livello di sicurezza con cui il bambino ha imparato ad esplorare il mondo, fiducioso nella possibilità di tornare, in caso di bisogno, alla base sicura costituita dai suoi genitori. Se un bambino, al momento in cui ha iniziato ad allontanarsi fisicamente dai genitori (spesso soprattutto dalla mamma), ha sentito che le sue figure di riferimento erano ansiose e preoccupate, interiorizzerà l’esperienza di allontanamento come ansiogena e preoccupante per sé o per gli altri. Ciò non è certo sufficiente per determinare un sintomo. Ma se, all’interiorizzazione di questo vissuto si associa, nel momento presente, un evento particolarmente stressante per sé o per i familiari, il sintomo può emergere in maniera dirompente come manifestazione di una sofferenza profonda e come difesa dalla sofferenza stessa.

Provo a fare un esempio semplificando  molto quella che potrebbe essere la realtà delle cose.

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Ipotiziamo che la mamma di Anna abbia deciso di smettere di andare a lavorare alla nascita della bambina, decisione presa di buon grado dal marito, che si sente bene all’idea di essere quello che provvede alla sua famiglia: quando la moglie lavorava sentiva di essere trascurato e, soprattutto, temeva  che la moglie lo potesse sorpassare a livello di carriera, cosa per lui insopportabile. La mamma di Anna, nata la bambina, percepisce la propria scelta come giusta, ma anche di aver sacrificato una parte di sé. Del resto dalla propria famiglia di origine ha imparato che le brave mamme si sacrificano per i loro figli. Cerca quindi di essere una buona madre e instaura un rapporto fusionale con la figlia. le sta molto dietro, la stimola con attività e giochi; sente che la sua parte ferita e sacrificata, quella di donna che si autorealizza, può rimanere sopita grazie alla bambina, che cresce bene, vispa e intelligente, e tutti le fanno i complimenti. Quando Anna compie i primi passi, tuttavia, la mamma è particolarmente attenta che la bambina non si faccia male, non solo: è molto ansiosa e, quando questa si allontana, le ripete di stare attenta, di non allontanarsi troppo, le corre dietro per evitare che cada: deve essere una brava mamma! Quando giunge il momento di andare all’asilo Anna, che non ha mai dato problemi, inizia a fare scenate. E i complimenti delle persone cominciano a diventare consigli, poi critiche. La mamma non sa più che fare, e nemmeno il papà. nessuno si è accorto che la mamma di Anna soffre di depressione, e che la bambina funge da antidepressivo: Anna teme, a livello emotivo e implicito, che la mamma senza di lei non ce la possa fare, che crolli,  e teme con angoscia di allontanarsi da lei per tutto quel tempo. Allo stesso modo nessuno si è accorto che il papà ha una grande paura di essere lasciato dalla moglie e che, da quando è nata la bambina si è sentito ancora più solo di quando la moglie andava a lavorare. Se non si fosse sentito così solo e arrabbiato con la moglie, forse, avrebbe preso più parte rispetto alla dimensione genitoriale, sarabbe a sua volta stato più vicino alla moglie, che non avrebbe sviluppato una relazione simbiotica con la figlia, e che non sarebbe rimasta così depressa. Forse, se il padre di Anna avesse avuto una storia personale diversa, non avrebbe lasciato che la moglie si sacrificasse lasciando il lavoro, e questa non avrebbe pensato, per lo stesso motivo, di dover compiacere marito e familiari. E forse Anna sarebbe più serena ad andare all’asilo.

Questo è solo un esempio di come l’intreccio delle storie individuali di due genitori può influire sullo sviluppo di un bambino che manifesta un sintomo. Chiaramente non tutte le storie simili a questa hanno lo stesso esito e, chiaramente, entra in gioco anche una dimensione legata all’individualità del bambino, alla sua personalità, alle esperienze che ha fatto, al contesto in cui si trova. A livello individuale, la fobia scolare, è legata a bassa autostima, tendenza al perfezionismo e incapacità di tollerare anche piccoli insuccessi, di fronte, a volte, a genitori che sono particolarmente attenti al rendimento scolastico.

 

Rispetto agli stili educativi, chi soffre di fobia scolare ha genitori che hanno uno stile poco autorevole e particolarmente tollerante, per cui il bambino potrebbe sentirsi spaventato dai rimproveri degli insegnanti, sempre più frequenti più la classe è caotica e rumorosa.

Ciò che è bene tenere presente è che, trattandosi di una fobia, in realtà la causa non è la scuola stessa, ma come detto, la “causa” ha radici più profonde e relazionali, come detto.

Mentre nella prima infanzia è più facile riconoscere questo disturbo, nell’adolescenza può essere confuso con demotivazione o pigrizia, ed esitare in dispersione scolastica.

Quando le assenze durano a lungo

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Può accadere che il bambino si assenti da scuola per lungo periodo. E’ importante accedere ad un percorso di psicoterapia, mantenendo un buon contatto con la scuola per far sì che l’alunno rimanga alla pari. Quando il bambino sarà pronto per rientrare, gli insegnanti possono fare molto per aiutarlo evitando, per esempio, di farlo parlare ad alta voce davanti alla classe o di farlo rispondere dal banco.

Soprattutto nel periodo di reinserimento, se il bambino è rimasto molto a casa, è importante che si crei uno spazio dove il bambino possa momentaneamente “rifugiarsi” quando sente che l’ansia sta aumentando, o per gestire le emozioni che il ritorno a scuola può suscitare. E’ importante che gli insegnanti siano avvisati del ritorno a scuola del bambino, ma che anche il bambino stesso venga preparato a casa.

Il ritorno può essere graduale: spesso i bambini iniziano a frequentare solo alcuni giorni, o rimangono in classe fino ad una certa ora per poi uscire prima; talvolta è necessario che il genitore accompagni il bambino a scuola, e rimanga un po’ di tempo con lui.

In alcuni casi è necessario attivare il supporto di un educatore che accompagni e resti con il bambino a scuola.

Cosa fare quando il bambino mostra i sintomi della fobia scolare?

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Va da sè che quando si presentano i sintomi della fobia scolare è necessario contattare uno psicologo, che saprà non solo valutare la situazione, ma anche proporre il tipo di intervento più adatto, coinvolgendo, se serve, altri professionisti.

E’ importante mantenere un buon dialogo con la scuola, e chiarire il problema con gli insegnanti; questo non significa che si debba parlare di questioni private, ma è necessario specificare che proprio figlio presenta una vera e propria problematica che si sta cercando di risolvere.

Esistono diverse modalità di intervento per aiutare il bambino o l’adolescente a superare questa problematica. Alcuni interventi sono centrati soprattutto sul sintomo, hanno la finalità di ridurre l’ansia e l’obiettivo di far sì che il soggetto torni a frequentare la scuola senza fare troppe assenze.

Altri approcci, di tipo familiare, sono caratterizzati dal coinvolgimento dei genitori, e/o di tutta la famiglia, al fine di lavorare sulle dinamiche relazionali che hanno determinato l’insorgere del sintomo, senza però dimenticare la componente individuale del bambino.

L’intervento individuale, quello centrato sul bambino, spesso non è sufficiente, per questo è necessario che la familgia si attivi per diventare essa stessa un fattore terapeutico.

Per riprendere l’esempio di Anna e dei suoi genitori, un approccio di terapia familiare permetterebbe di rileggere il comportamento di Anna come un segnale di qualcosa che non va non solo tra i due genitori come coppia, ma anche di ciascuno di loro come individuo, permettendo loro una riorganizzazione familiare che comporti la cura di vecchie e attuali ferite, per le quali ciascuno ha una parte di responsabilità e allo stesso tempo è risorsa terapeutica.

è quindi importante considerare i sintomi del bambino come manifestazione di disagio, dando loro il giusto peso e non considerandoli come pigrizia. Chiedere aiuto ad uno psicologo e informare la scuola sono i primi passi che i genitori possono compiere per aiutare il loro figlio.

 

Se sei un genitore e pensi che possa esserti utile una consulenza, contattami pure al numero 3468103317 o alla mail  guerinirocco.silvia@libero.it

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, Psicologa

 

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