Psicologia e Psicoterapia

Smettere di procrastinare: lo psicologo può servire?

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Molte persone tendono a rimandare quello che devono e che vorrebbero fare, a posticipare compiti da svolgere e lavori da fare. A volte, anche semplici operazioni, come leggere un aritcolo, o pulire casa, sono rimandate a dopo: chi procrastina sa di dover fare le cose, e non vorrebbe procrastinare, eppure continua a rimandare. Ci sono molte strategie di auto aiuto per cercare di smettere di procrastinare; tuttavia non sempre si rivelano efficaci, soprattutto perché dietro alla procrastinazione si possono nascondere ragioni più profonde, che vanno individuate. Per esempio, prendiamo il caso di Marco, studente che ha appena terminato l’università e si appresta a cercare lavoro. Deve inviare curricula, sa che deve farlo; eppure non lo fa, e trova mille distrazioni e scuse ogni giorno. Il risultato è che la sera arriva, la giornata finisce e Marco non ha inviato neanche un cv. I genitori di Marco pensano sia pigro, e che non abbia voglia di lavorare, e lo redarguiscono; potrebbe essere invece che il doversi misurare con il mondo del lavoro faccia sentire Marco in difficoltà e timoroso di fallire e di non riuscire a trovare lavoro. Il procrastinare di Marco, in realtà, è un autosabotaggio: impossibile essere respinti ad un colloquio di lavoro se non c’è nessun colloquio di lvoro!

In questo caso l’autostima del ragazzo è preservata dall’esperienza negativa dell’eventuale fallimento.

Procrastinare, a volte,  è un modo per preservare la notra autostima, anche se non si rivela la più funzionale delle strategie.

Può accadere che si rimandi una visita medica per l’ansia del risultato che questa potrebbe comportare, o per altre ragioni connesse alla paura di dover affrontare spese, di dover cambiare le proprie abitudini, di doversi confrontare con i limiti del proprio corpo, con l’età che avanza e così via. Anche le emozioni, quindi, possono essere d’intralcio quando dobbiamo svolgere determinati compiti.

Può accadere, invece, che si rimandi qualcosa per uno stato d’ansia. Chi soffre di disturbi d’ansia, tra cui gli attacchi di panico, proverà un forte senso di angoscia e paura al solo pensiero di dover affrontare qualche compito ansiogeno, e tenderà così a rimandare per proteggersi da questa angoscia.

Chi invece soffre di disturbi dell’umore, come la depressione, per esempio, sentirà di aver poche forze per fare le cose, e meno cose farà più si sentirà in colpa, e più si sentirà in colpa più tenderà a deprimersi, riuscendo meno a fare le cose. Anche in questo caso la procrastinazione può essere letta all’interno di un quadro più complesso.

Può anche succedere che, a volte, semplicemente siamo talmente stanchi che la nostra mente è come se ci costringesse a prendere una pausa: alcune persone tendono a vedere il riposo come una perdita di tempo, e si sentono in colpa al solo pensiero di fermarsi. Tuttavia concedersi del tempo può essere utile per ricaricare le batterie e riprendere le attività in maniera più soddisfacente.

Esistono quindi differenti ragioni che possono spiegare la procrastinazione; ciò che è certo è che, anche dietro a comportamenti che possono essere giudicati come di pigrizia, ci sono sempre delle ragioni più profonde, che non sempre si riescono ad indagare senza l’aiuto di uno specialista.

Inoltre, esistono differenti generi di procrastinazione: alcune persone rimandano impegni presi con altre persone, altre rimandano compiti e lavori impegnativi fino a quando non arriva la scadenza, altri ancora rimandano molte piccole attività quotidiane, e così via.

In ogni caso, la procrastinazione può davvero interferire con il nostro benessere, con quello di chi ci sta attorno mettendoci seriamente in crisi.

Come smettere di procrastinare?

Per smettere di procrastinare esistono diverse strategie. Alcune possono rivelarsi utili, tuttavia nessuna di queste ha la pretesa di essere risolutiva per due semplici ragioni: ciascuno di noi è fatto a modo suo, per cui ciò che può andar bene per una persona non è detto che vada bene per un’altra. Inoltre, come scritto più in alto, le ragioni che stanno dietro alla procrastinazione sono spesso profonde, possono avere a che fare con gli altri e non solo con noi stessi; sono inoltre radicate nella nostra sfera psicologica e necessitare quindi di un aiuto specialistico per essere comprese. La soluzione va, insomma, trovata ad hoc.

Alcune strategie utili sono le seguenti:

  • Pensare ai benefici dell’azione: quando ci costringiamo a svolgere un compito che stiamo rimandando, dobbiamo cercare di pensare ai benefici che questo porta. Per esempio, se penso che allenarmi sia noioso e lo rimando, posso pensare a come diventerà il mio fisico con un allenamento costante.

 

  • Premiarsi: cercare di premiarsi quando si riesce a compiere ciò che si rimanda. Il nostro cervello tende ad associare le emozioni positive date dal premio al compito: in questo modo, quando si pensa al compito proveremo anche sensazioni piacevoli

 

  • tenere presente che pensare ingigantisce il problema: più si pensa, meno voglia viene di fare quel che dobbiamo fare. Paradossalmente, fare senza pensare troppo aiuta notevolmente chi tende a procrastinare, ma è necessario raggiungere un buon livello di autoconsapevolezza.

 

  • Non aspirare alla perfezione. A volte tendiamo a pianficare la nostra attività dicendo a noi stessi che partiremo solo quando saremo pronti, quando tutto sarà perfetto. In realtà rischiamo solo di rimandare ulteriormente quello che vorremmo fare.

 

  • Crearsi una lista di cose da fare: non è detto che si riesca a fare tutto; tuttavia, si farà sempre di più che rimanere chiusi in casa o sdraiati sul divano

 

  • Chiedere aiuto ai propri cari: per chi non vive solo, chiedere aiuto ad un proprio caro può essere un utile stratagemma per uscire dalla procrastinazione

 

se nonostante alcuni di questi accorgimenti il problema della procrastinazione permane, forse è necessario prendere in considerazione l’idea di rivolgersi ad uno specialista: è possibile, grazie all’aiuto di uno psicologo, comprendere le ragioni per cui si procrastina, giungendo alla soluzione ideale e adatta a ciascuno. Quindi, per tornare al titolo di questo articolo sì, lo psicologo è la figura professionale più indicata per risolvere i problemi di procrastinazione, proprio perché dietro a questo comportamento si nascondono ragioni legate al funzionamento psichico di ciascuno di noi.

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, Psicologa

Se pensi possa esserti utile, contattami per una consulenza in studio oppure su Skype al numero

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guerinirocco.silvia@libero.it

 

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Psicologia e Psicoterapia

Prime impressioni: come si formano?

 

Quando diciamo frasi come: “quella persona non mi piace a pelle”, cioè quando traiamo una conclusione sulla personalità di qualcuno che abbiamo appena conosciuto  sulla base di alcuni elementi del suo comportamento, del suo aspetto, o del suo linguaggio non verbale, stiamo formando una prima impressione.

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Secondo le ricerche condotte nell’ambito della Psicologia Sociale, le persone tendono a guidare il loro comportamento relazionale soprattutto sulla base delle prime impressioni.

Certo, ci sono situazioni dove è necessario avere un’accurata percezione degli altri, ma questo pare essere la regola anziché l’eccezione.

Questo perché, nella vita quotidiana, la necessità di percepire gli altri in modo accurato è modesto, soprattutto se il contatto con gli altri è limitato a particolari luoghi o contesti. Possiamo infatti permetterci di ignorare la complessità di alcuni individui se dobbiamo interagire con loro limitatamente, in determinati luoghi e secondo determinati ruoli. Per esempio, percepire come pacata una persona che lavora in ufficio e ritenere che sia effettivamente così perché mentre lavora è calma, ci permette di interagire con lei rispetto alle commissioni che dobbiamo svolgere senza che sia necessario conoscere che, questa persona, magari, fuori dall’ufficio non è affatto pacata. A noi non cambia nulla.

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Le prime impressioni si formano grazie alla percezione di alcuni indizi salienti, cioè che attraggono la nostra attenzione. Questi indizi possono essere legati a diverse arree:

  • comportamento: è forse l’area che tende ad attrarre maggiormente l’attenzione. Per esempio, se vediamo una persona fare l’elemosina siamo portati a ritenere che sia una persona altruista e buona. Ovviamente, non è detto che sia così;

 

  • aspetto fisico: anche dall’aspetto fisico si possono trarre inferenza sulla personalità degli individui;

 

  • comunicazione non verbale: chi esprime le prioprie emozioni a livello non verbale in modo più immediato ottiene un apprezzamento migliore di chi è meno espressivo; tende a piacere di più chi anniusce e ci guarda negli occhi mentre parliamo, e così via

 

  • Familiarità: è stato dimostrato che le persone tendono a provare più simpatia per persone incontrate, anche casulamente, di frequente, rispetto a persone che non hanno mai incontrato.

Quindi, le persone colgono diversi indizi provenienti da una o più tra le aree elencate sopra, ma questo non basta per formare la prima impressione: è necessario che nella mente del soggetto esista un’associazione tra alcune caratteristiche del comportamento, dell’aspetto, e così via, e tratti di personalità. Per esempio, se un soggetto associa a caratteristiche negative le persone che portano il nome “Mario”, sarà portato ad avere una prima impressione negativa ogni volta che conoscerà qualcuno che si chiama Mario. Se svolgere un determinato lavoro come per esempio la parrucchiera, è associato alla caratteristica della socievolezza, si è portati a ritenere che la persona che si è appena conosciuta e che fa la parrucchiera sia socievole, e così via.

Un altro fattore che porta alla formazione della prima impressione è quello dell‘accessibilità: più un contenuto cognitivo è accessibile nella nostra mente, più è facile che sia utilizzato per formare una prima impressione.

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Per esempio, se un ragazzo, di sabato sera, è chiuso in biblioteca a studiare, posso concludere che sia indietro con lo studio, che sia ipercompetitivo, di pessimo umore, molto timido a seconda che io sappia che il lunedì c’è un esame, che io sia altrettanto ambizioso, che abbia sempre visto quel ragazzo da solo, e così via.

Non è detto che l’inferenza tratta sia corretta: spesso, infatti, le prime impressioni possono essere la conseguenza del cosiddetto “errore di corrispondenza”, ossia della tendenza ad attribuire caratteristiche di personalità a un soggetto sulla base del comportamento anche quando il comportamento potrebbe essere spiegato da altre cause, non solo dalle caratteristiche di personalità del soggetto.

Una volta formatesi, le impressioni tendono a resistere al cambiamento, e a diventare la base di pregiudizi e generalizzazioni, resistendo addirittura alla consapevolezza che le informazioni su cui si basano non sono veritiere.

Questo potrebbe portare alla conclusione che le prime impressioni siano sempre fonte di errore, ma in realtà non sempre è così: spesso, infatti, i comportamenti possono rispecchiare in parte la personalità dei soggetti. Le persone tendono a scegliere le situazioni in cui si vengono a trovare, e utilizzano il proprio corpo e il proprio comportamento per esprimere determinati aspetti della propria personalità: essere percepiti dagli altri per quello che si è è un’esperienza piacevole.

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In conclusione, si è portati a chiedersi se sia quindi giusto o sbagliato fermarsi alla prima impressione. La risposta non è semplice: dipende. Non sempre è necessario approfondire la conoscenza di una persona per relazionarsi a lei; le prime impressioni permettono di iniziare un’interazione sociale, o di muoverci in maniera sufficientemente agile in differenti contesti di vita. Tuttavia a volte è necessario andare oltre le prime impressioni, per cercare di conoscere una persona in maniera più precisa, consapevoli del fatto che le prime impressioni, per quanto possano essere corrette, non rivelano certo tutti i vari aspetti che compongono la personalità di un individuo.

 

Fonti: Psicologia Sociale   Smith- Mackie

 

 

 

 

Psicologia e Psicoterapia

Cos’è la Psicologia

 

La psicologia è una scinza che si occupa di capire e studiare il comportamento, la mente e le relazioni tra gli individui, al fine di migliorare la qualità della vita.

 

Molte persone sono convinte che la psicologia non sia una scienza, relegandola all’ambito della filosofia. In realtà la psicologia nasce all’interno della filosofia nell’Antica Grecia; la stessa parola psicologia deriva infatti dal greco, e significa letteralmente studio dell’anima. Con il tempo, tuttavia, e grazie al contributo di altre discipline, la psicologia si è avvalsa del metodo sperimentale, basato sulla formulazione di teorie in seguito alla verifica di ipotesi formulate in seguito all’osservazione di determinati fenomeni. Il termine psicologia, attualmente, significa “studio della mente”.

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Si è soliti far risalire la nasciata della Psicologia come scienza nel 1879 a Lipsia, con la creazione del primo laboratorio di psicologia sperimentale ad opera di Wilhelm Wundt, il quale studiava l’introspezione sulla base delle differenti risposte che i soggetti sottoposti agli esperimenti davano in seguito a stimoli provenienti dall’esterno.

Da allora la psicologia ha ampliato il suo raggio di ricerca studiando moltissimi aspetti del comportamento individuale e collettivo, studiando in maniera sempre approfondita il funzionamento mentale e relazionale delle persone, giungendo a dare importanti contributi per il miglioramento della vita quotidiana delle persone. E’ così possibile distinguere due anime della psicologia: quella sperimentale, legata alla ricerca, e quella applicata, che si occupa di applicare nei vari contesti della vita quotidiana i risultati di tali ricerche o che, viceversa, influenza la ricerca partendo da problemi concreti.

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Sempre nel corso degli anni si sono diffuse diverse scuole di pensiero, ossia diverse prospettive per studare i fenomeni della mente e del comportamento umano; si pensi, per esempio, alla psicanalisi di Freud, al comportamentismo, al cognitivismo, e così via.

Ciascuna di queste scuole di pensiero da il proprio contributo con la ricerca, arrivando a formulare teorie che arricchiscono sempre più il panorama della psicologia.

Il soggetto che si occupa di migliorare il benessere mentale e relazionale delle persone è lo psicologo.

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La psicologia trova applicazioni in molti ambiti della vita, per esempio in quello lavorativo, in quello clinico, scolastico, giuridico e sportivo.

In sintesi, la psicologia aiuta a vivere meglio con gli altri, a stare meglio con se stessi e ad approfondire come funziona la mente e il comportamento.

Psicologia e Psicoterapia

Coppia: 3 indicatori di buon funzionamento

Diversi sono i fattori che rendono una coppia duratura e felice. Alcune ricerche ne hanno evidenziati 3, eccoli.

L’uguaglianza

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la possibilità di formare una coppia sana dipende dalla capacità dei due membri di considerarsi sullo stesso livello. Questa idea contrasta con la concezione, ancora molto diffusa, secondo cui la donna tende ad essere sottomessa all’uomo sotto diversi punti di vista, come quello economico, oppure con le dinamiche che caratterizzano alcune coppie, dove uno dei membri svolge il ruolo di “terapeuta”, mentre l’altro quello del malato. Chiaramente, esistono momenti della vita in cui l’uno si deve prendere cura dell’altro, o in cui uno dei membri è più debole, o in difficoltà, per cui la coppia si riorganizza e si attiva in modo che il partner più “forte” possa essere d’aiuto a quello più “debole”. Diverso è il caso in cui questa asimmetria si irrigidisce e permane. Può accadere che la coppia riesca a trovare equilibrio, tuttavia turbamenti a tale equilibrio possono essere causa di crisi e rottura. Si pensi al caso in cui la crisi di coppia avviene a causa delle dinamiche innescate dall’avanzamento di carriera di uno dei due membri, solitamente la donna.

Equilibrio tra emozioni e cognizione

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Ciascuno ha dentro di sé parti cognitive e parti emotive. Perché “funzioniamo” bene, queste parti si devono integrare: spesso si è portati a pensare che gli uomini siano soprattutto razionali e le donne “emotive”, e che l’unione di coppia serva a completare le mancanze dell’uno e dell’altra: una testa senza cuore non potrebbe esistere, e l’unione di coppia porterebbe a effetti collaterali quali ansia e angoscia. In realtà, le coppie che funzionano meglio sono quelle in cui entrambi i partner riescono ad esprimere e ad integrare dentro di sé sia la componente razionale che quella emotiva.

Una buona valutazione di sé

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Le persone con una buona valutazione di sé, ossia con una buona autostima, tendono a prendere decisioni sulla base di elementi oggettivi, e a superare i momenti di crisi in maniera costruttiva, mentre le difficoltà all’interno di una coppia sono spesso legate a scarsa stima di sé di uno o di entrambi i partner. L’insicurezza, per esempio, porta ad utilizzare meccanismi di difesa basati sulla proiezione, attribuendo all’altro la responsabilità di una crisi, o di quelcosa che non va. L’altro tenderà a rispondere con la rabbia, innescando così un circolo vizioso che incrementa la crisi.

In sintesi, essere sullo stesso piano anziché in una relazione asimmetrica, riuscire ad integrare dentro di sé emozioni e pensieri razionali, e nutrire una buona autostima, sono considerati fattori protettivi rispetto alla crisi di coppia.

 

 

Fonti: “La crisi della coppia”- Maurizio Andolfi

Psicologia e Psicoterapia

Blog “Pro Ana”: quale pericolo?

Quanto i blog Pro Ana possono essere pericolosi? E’ possibile che possano causare un disturbo alimentare? In questo articolo, tratto dal mio libro  “fenomeno Pro Ana- una nuova generalzioni di disturbi alimentari”, cercherò di chiarire quanto i blog “Pro Ana” siano effettivamente pericolosi, sia per chi soffre di DCA sia per chi non ne soffre.

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DCA e siti Pro Ana: una correlazione significativa

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Diverse ricerche dimostrano l’esistenza di una correlazione tra disturbi del comportamento alimentare e tendenza a frequentare siti “Pro Ana”. Ciò significa che è probabile che chi si avvicina a tali siti abbia un disturbo alimentare, inizi a presentarne i sintomi, o abbia un disturbo alimentare latente. E’ emerso, tuttavia, come non sia chiara la relazione della correlazione: chi soffre di DCA tende a ricercare siti Pro Ana oppure chi, per qualche ragione, si trova a leggere i blog Pro Ana mette in atto poi comportamenti tipici di chi soffre di disturbi alimentari?

Come afferma Giovannini nella ricerca da lui effettuata, la prima svolta in Italia sul fenomeno Pro Ana:

“L’insorgere di un bisogno relazionale in soggetti affetti da patologie DCA, che navigano nei siti Pro Ana può associarsi allo sviluppo di identità gruppali, di carattere anoressico/bulimico, che possono avere prevalenza sull’identità delle persone stesse. L’adesione a questa identità Pro Ana può comportare un accentuarsi del rifiuto delle cure, poiché, nelle terapie, l’identità anoressica è patologica. Un possibile rischio può verificarsi in soggetti dalla personalità fragile (come possono essere gli adolescenti), in cui un DCA non è conclamato. Tali soggetti navigando, interagendo e leggendo i molteplici rinforzi alla patologia, potrebbero sviluppare un DCA come adesione emulativa. Sempre trattando disturbi non conclamati, la navigazione tra i siti Pro Ana da parte di persone che manifestano già un alterato rapporto con il cibo (non sufficientemente grave da rientrare nei criteri diagnostici, stabiliti dal DSM IV per essere diagnosticati come DCA conclamato), potrebbe contribuire ad un appesantimento delle sintomatologie” (Giovannini, 2005 P. 4)

L’autore della ricerca ipotizza una pericolosità intrinseca ai siti Pro Ana, pericolosità in grado di incidere negativamente su chi ha già un DCA, su chi ha un DCA latente, e su chi già manifesta un rapporto alterato con il cibo. Le ipotesi dell’autore trovano sufficiente conferma da quanto emerge dalla letteratura: i risultati di alcune ricerche mostrano che esiste una correlazione tra visualizzazione di siti Pro Ana, modificazione del proprio comportamento alimentare e atteggiamento nei confronti del proprio corpo. (Jett et al., 2010). Prima di indagare i risultati di tale ricerche, vorrei fare alcune riflessioni. Innanzitutto si potrebbe sostenere che chi ha un DCA non abbia bisogno di internet per cercare consigli, e che le ragioni che spingono alcune persone  a cercare tali siti siano che, soffrendo già di disturbi alimentari, desiderino la vicinanza di chi ha un’esperienza simile per condividere i propri pensieri ed emozioni e, indirettamente, per mantenere il disturbo. In tal caso, la pericolosità risiederebbe nell’eventuale effetto di mantenimento dei sintomi esercitato dal frequentare siti Pro Ana. Sorge spontaneo chiedersi se i consigli e le immagini possano avere di per sé valore nel modificare il comportamento alimentare in soggetti che non soffrono di DCA e non presentano un comportamento alimentare patologico. A seguire i risultati di alcune ricerche sul tema.

Gli effetti dei blog Pro Ana tra chi non soffre di DCA: una ricerca

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Per quanto riguarda la correlazione tra pensieri, emozioni e visualizzazione di siti Pro Ana, è stato effettuato uno studio su un campione di donne che non soffrono di DCA che ha mostrato come la visualizzazione di questi siti abbia effetti a livello cognitivo ed emotivo (Bardone et al., 2006); in particolare è stato preso un campione casuale di donne, che altrettanto casualmente sono state suddivise in tre gruppi. Ad un gruppo sono stati mostrati siti Pro Ana, ad un altro siti di moda con modelle di taglia media, al terzo gruppo siti definiti “neutrali”, poiché parlavano di decorazioni per la casa. Prima e dopo la visualizzazione dei siti, le partecipanti hanno compilato un questionario che indagava le loro sensazioni e i loro pensieri. I risultati hanno mostrato una diminuzione dei livelli di autostima e autoefficacia, una diminuzione della percezione di sé come attraenti ed emozioni negative nel gruppo che aveva visitato siti Pro Ana. Tali risultati non sono pervenuti nelle donne che hanno visitato gli altri siti. I risultati mostrano quindi come la visualizzazione di siti Pro Ana abbia un effetto negativo su pensieri ed emozioni in un campione non clinico, cioè di soggetti che non soffrono di DCA. Altri ricercatori hanno condotto uno studio simile su un campione di studentesse del college che avessero un BMI maggiore di 18 e non avessero antecedenti di DCA (Jett et al., 2010). Il campione è stato esposto a siti Pro Ana o a siti di turismo per un’ora e 50 minuti. Successivamente sono stati raccolti dati quantitativi e qualitativi per valutare cambiamenti nel comportamento alimentare: a ciascun soggetto è stato chiesto, prima e dopo la visualizzazione dei siti, di indicare quali alimenti consumasse e a quante calorie corrispondessero. E’ emerso che il gruppo che ha visionato i siti Pro Ana ha diminuito l’introito calorico nei giorni seguenti, utilizzando alcuni dei consigli e delle tecniche fornite da questi siti. Tali cambiamenti si sono prolungati anche nelle tre settimane successive, quando lo studio si è concluso. E’ emerso quandi che anche una modesta esposizione a questi siti può determinare cambiamenti nell’introito calorico e l’aumento di un comportamento alimentare poco salutare tra chi non soffre di disturbi alimentari. Gli autori concludono che una grande esposizione a questi siti potrebbe esporre i visitatori al rischio non solo di aumentare, ma anche di sviluppare un DCA. Si tratta tuttavia di un’ipotesi, in quanto i disturbi alimentari si manifestano per l’intreccio di più fattori, per cui la mera esposizione ai siti, di per sé, è dfficile che possa causare un DCA, così come chi non ha tendenza a sviluppare un disturbo alimentare avrebbe pochi motivi per seguire in maniera costante siti Pro Ana. Di certo, tuttavia, i risultati di questa ricerca non possono essere ignorati.

“Thinspiration”

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Per quanto riguarda il rapporto tra le immagini caricate sui blog Pro Ana alcuni ricercatori hanno cercato di indagare l’impatto delle “thinspiration” su un campione di donne affette da DCA – il gruppo di controllo era costituito da donne che non soffrivano di DCA (Reichiel et al., 2013). È stata effettuata una valutazione delle reazioni di ragazze affette da DCA di fronte a immagini di donne estremamente emaciate. I risultati suggeriscono che le donne con DCA avevano reazioni di attrazione, mentre le altre, quelle appartenenti al gruppo di controllo, di repulsione. Questo porta ad affermare che la visualizzazione di corpi estremamente emaciati possa costituire un fattore motivazionale, ma solo per chi soffre di disturbi alimentari (Valeska et al., 2014). Questo non significa che la semplice esposizione ad un’immagine “thinspiration” di per sé basti a determinare un cambiamento rispetto al proprio comportamento alimentare, o che spinga necessariamente a dimagrire; si potrebbe ritenere che certi stimoli visivi fungano da “trigger” in grado di elicitare un certo spettro di emozioni, partendo dal fatto che tali immagini vengano considerate, da chi ha un blog Pro Ana, come ideali ai quali ispirarsi (Fox et al, 2007). Inoltre, è significativo come queste ragazze possano avere una reazione positiva e di attrazione verso immagini che, per chi non soffre di DCA, provocano repulsione. È bene tuttavia specificare che le thinspiration occupano un vasto range di magrezza: mentre in alcuni blog vengono postate immagini di donne, di modelle magre ma di una magrezza in salute, altri soggetti postano immagini di donne mediamente emaciate, altre scheletriche e decisamente malate, anche se spesso modificate con appositi programmi grafici. Ciò a indicare, di nuovo, l’eterogeneità quale tratto caratteristico del mondo virtuale Pro Ana.

In conclusione, non è chiaro se visitare tali siti possa portare realmente a sviluppare un DCA. È più semplice verificare il contrario, ossia che tra i visitatori di questi siti vi siano persone con DCA, come affermato precedentemente. L’importanza degli studi citati sopra sta nel fatto che i campioni che hanno partecipato all’esperimento sono fondamentalmente non clinici: non hanno, cioè, una diagnosi di disturbo alimentare. Una riflessione: Il fatto che nel campione non siano presenti soggetti con diagnosi di DCA, tuttavia, non esclude che tra il campione stesso vi siano soggetti che soffrono di disturbi alimentari non diagnosticati. Il fatto che la visualizzazione dei siti Pro Ana abbia affetti negativi su diverse dimensioni quali l’autostima, i pensieri, le emozioni, i comportamenti di alcune persone, potrebbe far pensare che queste stesse persone abbiano una certa vulnerabilità verso questo genere di stimoli, e siano di per sé più inclini a sviluppare un DCA. Questo rappresenta, a mio parere, un limite intrinseco a queste ricerche. Nonostante questo, si tratta di contributi importanti: i dati suggeriscono che la semplice esposizione a tali siti comporti modifiche a livello cognitivo, emotivo e comportamentale, modifiche che si possono leggere in una diminuzione dell’autostima, dell’autoefficacia, in una minore soddisfazione verso la propria immagine corporea, in un cambiamento nel comportamento alimentare orientato verso la diminuzione dell’introito calorico. Questo, di per sé, è sufficiente, a mio parere, per attribuire ai siti Pro Ana una certa pericolosità. Un altro limite delle ricerche citate sopra risiede nel fatto che non è stata fatta una valutazione su lungo termine: non è chiaro se tali effetti si riscontrino anche dopo parecchio tempo.

E Per chi già soffre di DCA?

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Prendendo in considerazione, invece, soggetti con DCA conclamato (Csipke et al, 2007) è emerso che, in seguito ad interviste, i partecipanti hanno ammesso che i siti li hanno aiutati a mantenere il DCA e li hanno scoraggiati a guarire. In questo studio trova quindi conferma quanto ipotizzato da Giovannini in merito al fatto che i siti Pro Ana possano avere l’effetto di mantenimento del DCA. Infine, un ultimo studio (Juarez et al., 2012) arriva a concludere che vi sia maggior influenza rispetto al desiderio di dimagrire esercitata dai siti Pro Ana rispetto ai Mass Media, spesso attaccati in quanto promotori di modelli di bellezza improntati alla magrezza estrema.

Conclusioni

Che i siti Pro Ana si possano considerare pericolosi, prendendo in considerazione le diverse sfaccettature che il termine “pericoloso” porta con sé, è messo piuttosto in evidenza da quanto emerge dalle ricerche. Non è chiaro tuttavia se tali siti possano causare un DCA. Sarebbe intuitivo ipotizzare, tuttavia, che, senza una vulnerabilità, la visualizzazione di tali siti non possa di per sé portare a sviluppare un disturbo alimentare.

Un’ultima riflessione: ho parlato esclusivamente di siti Pro Ana, riferendomi appunto a quella categoria di siti che si dichiarano essere Pro Ana, così come le ricerche a cui ho fatto riferimento si riferivano a tali siti. Sarebbe opportuno precisare che anche i siti non dichiaratamente Pro Ana esercitano una certa influenza su chi li frequenta, influenza che potrebbe essere comunque negativa, poiché mantiene i soggetti all’interno del discorso sul DCA, sui sintomi e su comportamenti alimentari patologici.

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa

Psicologia e Psicoterapia

Pro Ana: un po’ di chiarezza

Che cos’è il Fenomeno Pro Ana?  E’ una specie di setta? I siti pro Ana sono realmente dannosi? chi ne fa parte soffre davvero di disturbi almentari, oppure si tratta di persone che emulano chi ne soffre per attirare si di sè attenzione? Cosa si può fare se si scopre che un nostro caro frequenta questi siti?

In questo articolo cercherò di fare chiarezza su quello che è il “fenomeno Pro Ana”, tema del quale mi occupo da qualche anno a questa parte, e sul quale ho pubblicato un breve saggio divulgativo “Fenomeno Pro Ana, una nuova generazione di disturbi almentari”

Fenomeno pro Ana: di che cosa si tratta?

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Comunemente lo si conosce come un fenomeno comparso sul Web ormai più di 10 anni fa, in cui adolescenti e giovani donne si scambiano consigli su come dimagrire drastricamente fino a raggiungere l’anoressia attraverso la partecipazione a blog o forum online. Tra questi consigli compaiono diete drastiche, indicazioni su come digiunare, vomitare, nascondere ai genitori il proprio comportamento e così via. Si tratta di un fenomeno riguardante soprattutto il genere femminile, anche se non eslcude la presenza di maschi.

Se si studia il fenomeno in maniera più approfondita si comprende quanto, in realtà, il fenomeno si estremamente eterogeneo: c’è chi desidera solo dimagrire drasticamente, chi vuole diventare anoressica, chi è bulimica o soffre di binge eating disorder e vorrebbe diventare o tornare ad essere anoressica, e così via. L’etichetta di anoressica può essere ugualmente rifiutata, oppure ricercata, come se quello di anoressica fosse uno status da raggiungere.

All’interno di quello che definirei il grande calderone “Pro Ana” Esiste un’anima più radicale, rappresentata da quelle ragazze che si fanno forza a vicenda per raggiungere il loro obiettivo di dimagrimento, altre che vogliono diventare anoressiche ma non condividono i consigli su come farlo, anzi, cercano di disincentivare le altre nel comune obiettivo autodistruttivo, altre ancora che, invece, rifiutano il concetto di “Pro Ana” ma ne frequentano l’ambiente virtuale. C’è inoltre chi cerca di dare consigli e supporto su come uscire dai disturbi alimentari. Inoltre, i blog e forum non contengono solo trucchi e incitazioni per dimagrire, ma anche racconti sulla propria vita, sulla quotidianità, riflessioni sul prorpio malessere: il vero comune denominatore che unisce queste persone.

In sintesi, ritengo che sia riduttivo parlare di “Fenomeno Pro Ana” senza considerare l’eterogeneità che lo caratterizza.

 

Il fenomeno Pro Ana è una setta?

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Sebbene il termine “Pro Ana” sia ormai diventato sinonimo di “Pro Anoressia”, da ricerche più approfondite risulta essere diminutivo di Anamadim, una sorta di divinità del controllo, una sorta di dea dell’anoressia. Il fenomeno, originato dal sito Ana’s Underground Grotto, noto come primo sito Pro Ana, si riferirebbe ad una sorta di “movimento religioso” legato alla venerazione dell’Anoressia e del controllo: le ragazze che si definiscono Pro Ana sarebbero le adepte di una sorta di “setta”, dotata di un proprio credo, di propri comandamenti, finalizzati alla venerazione della “Dea Ana” attraverso pratiche di controllo alimentare estremo e digiuno ascetico. (Giovannini, 2005). Esplorando i blog e i siti “Pro Ana”, sono tuttavia ben poche non solo le persone che conoscono le origini e il significato del fenomeno nella sua dimensione pseudomistica, ma anche coloro che effettivamente vivono l’essere Pro Ana come una forma di religione alternativa: essere pro ana significa avere un atteggiamento positivo verso l’anoressia e il controllo estremo dell’introito calorico.

Pro Ana tutta la vita?

Il sottotitolo di questo paragrafo è un po’ provocatorio. Quando si parla di fenomeno Pro Ana si tende infatti a dimenticare una dimensione fondamentale per la comprensione del fenomeno: quella temporale. Spesso i blog e forum di chi si definisce Pro Ana hanno vita relativamente breve: nel giro di qualche tempo le persone che si definiscono Pro Ana smettono di condividere consigli su come perdere peso, e lo possono fare per diverse ragioni, non è esclusa assolutamente la guarigione o la tendenza verso la guarigione del disturbo alimentare di cui soffrono. Perché, sì, secondo le ricerche chi frequenta questi siti soffre di disturbi alimentari o ne mostra i sintomi.

Si diventa anoressiche seguendo i blog Pro Ana?

Secondo le ricerche, ma anche a livello intuitivo,  frequentare siti “pro Ana” è pericoloso, ma lo è soprattutto per chi già soffre o sta iniziando a soffrire di disturbi alimentari. I siti Pro Ana, sempre secondo alcune ricerche che ho citato nel mio libro, possono far insorgere un disturbo alimentare latente, così fungere da rinforzo per chi già presenta i sintomi dei DCA. E’ difficile, tuttavia, che tali siti possano indurre chi non soffre di DCA ad ammalarsi.

Le pro ana sono veramente anoressiche? O sono solo emulatrici?

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Spesso leggo commenti scritti da persone che ritengono che le pro ana siano solo ragazzine viziate in cerca di attenzione: sicuramente con problemi, ma non anoressiche: loro l’anoressia non sanno nemmeno cosa sia. In realtà mi trovo  in disaccordo con queste affermazioni, e il mio disaccordo è supportato dalle ricerche scientifiche che ho citato nel mio saggio.

E’ vero, spesso le Pro Ana- o comunque chi frequenta siti e blog pro ana-   si trovano in una fase di perdita di controllo rispetto alla restrizione alimentare: ciò non sinifica che non siano anoressiche. Spesso non sono magrissime, ma il loro comportamento alimentare è sintomatico. Spesso soffrono di binge eating disorder o di bulimia: non sono emulatrici, soffrono semplicemente di disturbi del comportamento alimentare, e cercano, attraverso il supporto e la condivisione sociale di chi sta attraversando una fase di vita come la loro, di ritrovare il controllo sulla propria vita attraverso il controllo dell’introito alimentare. Si tratta di persone con una sofferenza profonda, e che cercano di lenire questa sofferenza attraverso la restrizione alimentare.

perché molte ragazze aderiscono ai blog Pro Ana?

sad woman sitting alone in a empty room

Per dimagrire, per diventare o per tornare ad essere in controllo, per essere capite e non giudicate, per costruire la propria identità. Questo, forse, il rischio più grande legato alla frequentazione dei siti pro ana: quello della costruzione di un’identà malata.  Chi fa parte di questo fenomeno, infatti, sono soprattutto adolescenti e giovani adulti.

sono molte le ragioni che spingono, soprattutto le adolescenti, a frequentare e a tenere blog Pro Ana o legati ai DCA. Ciò che colpisce, a mio parere, è soprattutto l’esigenza di condivisione del proprio pensiero ed esperienza, così come il bisogno di relazione che caratterizza i soggetti che frequentano tali siti e che non riescono a relazionarsi in maniera appagante con le persone al di fuori dell’ambiente online, come è comune tra chi soffre di DCA.

I Blog Pro Ana sono in diminuzione?

Esistono molti blog Pro Ana o che, comunque, pur non essendo apertamente Pro Ana, parlano di disturbi alimentari; tuttavia si può notare che, rispetto a quelche tempo fa, ne esistono  molti meno e, spesso, quelli che si trovano, non sono aggiornati da mesi. Questo dato, tuttavia, è apparentemente confortante: il fenomeno, che prima si manifestava appunto attraverso blog e forum, ora si è “spostato” su WhatsApp: spesso le ragazze che condividono il medesimo obiettivo di dimagrimento, utilizzano la piattaforma dei blog per scambiarsi il numero di telefono, creando così gruppi WhatsApp a tema.

Controllare il fenomeno non è semplice: spesso, infatti, sopraggiungono segnalazioni alla Polizia Postale, che esitano nella chiusura dei blog segnalati. Tuttavia i blog chiusi vengono riaperti piuttosto velocemente, magari cambiando indirizzo; si evince che più si cerca di reprimere il fenomeno, più i confini del gruppo delle Pro Ana si irrigidiscono. La repressione, difficile, si può rivelare pertanto poco funzionale. Inoltre, date le caratteristiche di eterogeneità delle partecipanti al fenomeno, non sempre è facile identificare blog dichiaratamento Pro Ana. Tenere presente che si tratta di persone che hanno bisogno di aiuto e non di essere giudicate è il primo passo per avvicinarsi e per aiutare chi appoggia il movimento Pro Ana. Consultare specialisti, mettersi in una posizione di ascolto e, soprattutto, tenere presente che il sintomo è un modo per curare una sofferenza più profonda sono i primi passi per aiutare chi non vuole abbandonare il proprio disturbo alimentare.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, qui il link per l’acquisto del mio libro.

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Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa a Monza e a Sant’Angelo Lodigiano