Studenti

Qual è il miglior metodo di studio?

Spesso ci si chiede quale sia il mioglior metodo di studio, cioè il metodo che permette di apprendere il più possibile nel minor tempo e facendo meno fatica. Rispondere a questa domanda, tuttavia, non è semplice, soprattutto perché, secondo quanto emerge dalle ricerche, non esiste un metodo di studio migliore di altri in assoluto: dipende.

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Dipende.. Ma da cosa?

Innanzitutto, dipende dal materiale che si deve studiare. Chiaramente, il metodo utilizzato per studiare alcune materie, come per esempio filosofia, non può essere utilizzato per studiare chimica.

Dipende inoltre da come siamo fatti noi, da come “funzioniamo” a livello cognitivo e, soprattutto, da quanto conosciamo il nostro funzionamento.

 

Conoscere il proprio stile cognitivo

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Lo stile cognitivo si riferisce alla propensione ad affrontare compiti cognitivi, come lo studio, in un determinato modo anziché in un altro. Per esempio, ci sono persone “sistematiche”, che per imparare un testo, o per approciarsi ad un problema analizzano tutti i dati per poi formulare un’ipotesi o trarre una conclusione, mentre all’opposto ci sono persone “intuitive”, che tendono a dare la loro risposta e a comprendere i concetti in maniera, appunto, intuitiva, senza un’analisi sistematica del materiale.

Allo stesso modo esiste lo stile globale, dove prevale, a livello percettivo, una preferenza verso una visione d’insieme, mentre al polo opposto si ricercano i dettagli (stile analitico).

Per quanto riguarda i processi decisionali, invece, esistono persone impulsive, o più riflessive: queste differenze entrano in campo, soprattutto, nella risoluzione dei problemi.

Infine esistono “verbalizzatori” o “visualizzatori”, cioè persone che imparano più facilmente attraverso le immagini o le parole.

Chiaramente, i diversi stili possono coesistere tra di loro, così come, tra le polarità opposte, non esiste sempre una netta separazione.

In ogni caso, conoscere il proprio stile cognitivo, permette di approcciarsi al materiale da studiare con maggiore consapevolezza ed efficienza.

Se, per esempio, uno studente riconosce di essere un bravo visualizzatore, per lui sarà più facile lavorare su testi che presentano immagini, oppure lavorare su schemi, su materiale che è facile richiamare alla memoria attraverso le immagini.

Di fronte ad un testo complesso, invece, alcune persone tendono ad analizzarne punto per punto, arrivando poi alla comprensione globale; altre invece, ne capiscono il senso in generale per poi, magari, integrare con i dettagli. Quest’ultimo studente potrà quindi, per esempio, preparare un esame andando avanti velocemente per poi tornare a riprendere i vari paragrafi; nel primo caso lo studente sembrerà procedere più lentamente, ma alla fine avrà bisogno di dare una ripassata, sarà già pronto.

In questi casi è quindi impossibile affermare che esista un metodo migliore dell’altro: sono entrambe strategie valide, se si concludono con l’apprendimento del materiale, sebbene diverse. Dipendono, appunto, dallo stile cognitivo dei differenti soggetti.

Metacognizione: conoscere come conosciamo

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Conoscere il proprio stile cognitivo ed elaborare il materiale da studiare in funzione del proprio stile, sono azioni definite metacognitive.

Per metacognizione si intende la conoscenza del nostro funzionamento mentale che ci permette di regolare le funzioni cognitive a seconda del compito che dobbiamo svolgere e, nel caso dello studio, del materiale da studiare. Non basta, infatti, apprendere strategie o metodi se non si è in grado di generalizzarle e di adattarle in funzione del compito e delle proprie caratteristiche personali.

Per esempio, uno studente metacognitivo è uno studente che, appresa una tecnica, poniamo la mnemotecnica dei loci, la utilizza solo quando, dopo aver analizzato il materiale da studiare, comprende che quella tecnica è adatta a tale materiale.

Oppure, ci sono studenti che, riconoscendo di avere determinate difficoltà, trovano strategie per arginarle.

Per esempio aiutandosi con schemi, tenendo a portata di mano formule, e così via.

Lo studente metacognitivo è lo studente che adatta il proprio metodi di studio in base a ciò che deve studiare, riconoscendo che le differenti materie richiedono strategie differenti per essere apprese efficacemente.

La metacognizione, in sostanza, riguarda

  • la propensione che ciascuno ha a riflettere sul proprio funzionamento mentale e allo sviluppo di idee sul proprio funzionamento mentale;
  • le conoscenze di specifiche strategie legate ad un caso specifico
  • i processi mediante i quali l’individuo sovraintende le proprie funzioni esecutive: capire il compito, valutarne la difficoltà, stimare le proprie risorse e abilità, porsi degli obiettivi, esaminare le strategie disponibili, monitorare la propria attenzione, valutare gli esiti della propria azione a valutarne le conseguenze.

Le competenze metacognitive legate allo studio vengono generalmente apprese automaticamente, tuttavia per alcuni studenti, soprattutto per i ragazzi più giovani, risulta più difficile, per cui può essere opportuno l’ affiancamento con un esperto.

Apprendere come si apprende e come regolare il proprio processo di apprendimento è il primo passo per migliorare il proprio metodo di studio: le tecniche sono secondarie, se non si è abili nell’applicarle al momento giusto e con il materiale giusto.

Elaborare: il segreto per studiare bene.. E per ricordare!

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Come detto in precedenza, non esiste in assoluto un miglior metodo di studio, poiché tutto dipende, appunto, da chi studia e da cosa si sta studiando.

Importante, per aver successo nello studio è essere consapevoli di come adattare le proprie strategie cognitive al materiale da studiare, essere metacognitivi, insomma.

Tuttavia è necessario essere consapevoli che, per ricordare bene ciò che si è studiato, è fondamentale elaborare il materiale.

Innanzitutto è necessario comprendere a fondo quanto si legge (molti studenti sovrastimano la propria capacità di comprensione!). In secondo luogo, per elaborare il materiale, è utile farsi delle domande su quanto appreso e darsi le risposte, fare collegamenti con quanto già studiato, provare a spiegare quanto si è appreso, se se ne ha la possibilità.

A questo proposito è stato messo a punto un metodo strutturato di studio (Robinson, Thomas, 1972).

tale metodo, chiamato PQ4R, prevede una serie di operazioni che uno studente dovrebbe compiere per studiare al meglio.

1) Preview: scorrere il testo per individuare gli argomenti di cui tratterà, visualizzando anche eventuali immagini e schemi. Questo comporta esaminare anche eventuali paragrafi, in maniera da avere un’idea preliminare di quanto andrà studiato.

2) Questions: porsi delle domande che riguardano il nocciolo del testo, in modo che, leggendo, si giunga a rispondere.

3) Read: leggere attentamente il paragrafo cercando di dare le risposte alle domande formulate

4) Reflect: riflettere su quanto si è letto, cercare degli esempi, collegare o mettere in relazione quanto si è letto con ciò che si sapeva già

5) Recite: cercare di ripetere quanto si è letto e le risposte alle domande che ci si è posti senza guardare il testo

6) Review: una volta studiati i vari paragrafi, fare un ripasso generale, sempre cercando di ricordare i concetti studiati

Alcune Strategie per memorizzare

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Spesso si sente parlare di tecniche di memoria, ossia modalità per memorizzare meglio. Le tecniche di memoria sono molte, e possono riguardare sia il processo di codifica (quello che ci permette di “registrare” nuove informazioni), che quello di recupero ( quello che ci permette di recuperare quanto abbiamo memorizzato).

Certo, conoscere alcune tecniche di memoria non aiuta a compiere miracoli, tuttavia può essere utile nella vita quotidiana o scolastica, soprattutto perché permette di spendere meno energia e ottenere risultati migliori, in sintesi, essere più efficienti! Qui sotto descriverò alcune tecniche che permettono di ricordare facilmente parole nuove, nomi nuovo, liste di parole o numeri: si tratta di tecniche molto semplici e che possono servire nella vita di tutti i giorni.

A tutti sarà capitato di ripetere meccanicamente un nome, o un numero di telefono per ricordarlo: si tratta della tecnica della reiterazione meccanica, ma non è molto efficace, se non per mantenere in memoria il materiale fin che serve, per esempio qualche secondo. Ad un livello superiore si colloca la ripetizione integrativa: consiste nel ripetere il materiale collegandolo ad altre informazioni che possediamo e cercando di comprenderlo: lo sforzo cognitivo è maggiore, ma in compenso il ricordo sarà migliore.

Come molti sapranno, spesso si cerca di collegare numeri, nomi nuovi a qualcosa di particolarmente familiare, come una data di nascita, e così via: si tratta dell‘associazione. Per il nostro cervello è molto più semplice ricordare qualcosa di familiare, piuttosto che qualcosa di sconosciuto.

Un’altra tecnica è quella della mediazione, che consiste nel cercare di trasformare qualcosa di difficile da memorizzare in qualcosa di più facile attraverso la formazione di un legame. E’ una tecnica molto utilizzata per imparare nomi nuovi, o parole straniere: per imparare la parola “floor”, per esempio, si può immaginare la parola fiore, e poi un pavimento pieno di fiori.

Quando dobbiamo imparare una lista di parole, è possibile suddividerla in gruppi, in categorie, in modo da riuscire a ricordarla più facilmente: più il materiale è strutturato, più facilmente si riuscirà a ricordarlo. Più l’organizzazione ha un contributo da parte del soggetto, più il ricordo è efficace.

L’uso delle immagini mentali, specie se buffe, è una tecnica davvero efficace per imparare nomi o parole nuove. A chi non è mai capitato di conoscere persone nuove e dimenticare subito il loro nome? Se, nel momento in cui ci si presenta una nuova persona associamo al suo nome un’immagine, il suo nome non si dimenticherà. Se, per esempio ci viene presentata una persona che porta lo stesso nome di un nostro amico o parente, dovremo solo associare mentalmente il nuovo conoscente all’amico o parente, e così via. Lo stesso vale per i cognomi, che possono dare origine a immagini anche creative, anzi: più un’immagine è buffa e creativa, più la parola verrà ricordata.

In sintesi, la reiterazione meccanica e integrativa, l’associazione, la mediazione, l’organizzazione e le immagini mentali sono solo alcune tecniche per memorizzare meglio parole, numeri, nomi nuovi. E’ evidente che molte persone già utilizzano alcune di queste tecniche, tuttavia pochi sono consapevoli di farlo, così come pochi sono consapevoli della strategia più opportuna da utilizzare in un momento o in un altro.

Non esiste in assoluto una strategia più efficace di un’altra. Ciò che è chiaro è che più lo studente esercita un controllo attivo sul materiale da memorizzare e sul proprio processo di apprendimento, più il materiale verrà memorizzato efficacemente, rispetto a studenti più passivi.

Riassunti, schemi, mappe, tabelle di marcia, ripetere ad alta voce… Quanto sono  utili?

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Anche in questo caso, dipende.

Ci sono materie che si prestano benissimo ad essere schematizzate, altre meno. Così come ci sono studenti che studiano benissimo sugli schemi, altri che, invece, fanno fatica e perdono tempo.

Allo stesso modo, ripetere ad alta voce può essere utile per alcuni, distraente per altri.

Rispetto all’organizzazione, invece, viene spesso consigliato di preparare una tabella di marcia, suddividendo le pagine e organizzando il tempo allo stesso modo. Questo può essere utile per alcuni studenti, ma non necessariamente per tutti, ed essere fonte di ansia e frustrazione, qualora la tabella di marcia non venga rispettata.

Per concludere, non si può dire, generalizzando, quale sia il miglior metodo di studio; per studiare ed apprendere in maniera efficace è necessario conoscere come funzioniamo, quali sono i nostri limiti e le nostre risorse, conoscere cosa dobbiamo studiare e adattare al materiale le strategie opportune; in altre parole, occorre essere flessibili. Per ricordare bene quanto studiato è necessario elaborare, cioè fare collegamenti, farsi domande e rispondere, spiegare quanto studiato, essere attivi, insomma, nel proprio processo di apprendimento.

 

Fonti: Imparare a studiare-  Cornoldi,  De Beni, Gruppo MT- Erickson

 

Se pensi di avere difficoltà nel trovare il tuo personale metodo di studio, o se necessiti di chiarimenti, chiedimi una consulenza scrivendomi alla mail guerinirocco.silvia@libero.it, chiamandomi o scrivendomi al numero 3468103317 o compilando il form di contatti.

 

 

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Non riesco più a studiare! Il blocco dello studente

 

Può capitare, durante la carriera universitaria, di andare incontro ad un momento di calo del rendimento, o di fatica nello studio. Può accadere inoltre che alcune vicissitudini della vita costringano uno studente a mettere in pausa la propria carriera universitaria, oppure che lo studente scelga, di propria iniziativa, di concedersi del tempo per riprendersi da un periodo particolarmente stressante, per occuparsi di altro.

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Diverso è il caso di chi, pur volendo studiare e procedere con la carriera universitaria, proprio non riesce a dare più alcun esame.

Alcuni studenti si bloccano dall’inizio, dal passaggio dalla scuola superiore all’ Università. Altri, in maniera apparentemente inspiegabile, si bloccano a pochi, se non ad un esame dalla laurea. Se si tratta di un momento passeggero certo non c’è da preoccuparsi: magari non ci si laureerà perfettamente in tempo, tuttavia, rimboccandosi le maniche e individuando l’ostacolo che ha causato il rallentamento, si riesce a proseguire e a terminare il corso di laurea.

In questi casi  si può parlare di un vero e proprio “blocco dello studente”, quando ,cioè, non si riesce proprio a proseguire, rischiando di “gettare alle ortiche” il percorso fatto e giocandosi la laurea. In questi casi si riconosce di non riuscire a studiare, ma non si riesce a fare diversamente; a volte si pensa di saperne il motivo, altre volte, invece, non ce la si fa proprio: apparentemente non c’è, eppure si resta bloccati, mentre si nota che tutti gli altri vanno avanti e si laureano.

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Innanzitutto è bene fare una premessa: studiare non è semplicemente riuscire a immagazzinare informazioni in maniera meccanica e sempre efficientissima. Il processo di apprendimento è molto più complesso; non mi ci voglio soffermare, in quest’articolo, tuttavia è bene tenere a mente che lo studio e l’apprendimento sono sempre legati alla sfera emotiva dell’individuo, oltre che a quella cognitiva. Se si è particolarmente turbati a livello emotivo, si farà molta più fatica ad apprendere.

Inoltre, soprattutto all’università, lo studente vive un momeno molto delicato della sua vita, quello della ridefinizione dei rapporti con la famiglia d’origine e della prossimità dello svincolo e dell’auspicabile raggiungimento dell’autonomia.

Il “blocco dello studente” non è certo considerabile una patologia, qualcosa da “curare”, ma un sintomo di qualcosa che non va nel profondo. Inoltre, all’origine del blocco, possono combinarsi più elementi.

Tra le ragioni alla base del blocco può esseci la scelta della facoltà, che in sé non è quella giusta. Alcuni studenti, infatti, scelgono una data facoltà per compiacere i genitori, per non allontanarsi dal loro modello familiare. Oppure scelgono sulla base di criteri quali la maggior possibilità di trovare lavoro, e non aderendo ai propri personali interessi.

In ogni caso, farò un esempio di come la scelta “sbagliata” di una facoltà possa originare un “blocco dello studente”.

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Faccio un esampio. Mario studia legge ; vive in una famiglia dove il tema dello studio è centrale, e ha una sorella maggiore che non ha proseguito gli studi, evento correlato ad una forte depressione di uno dei genitori, poniamo il papà, e ad un tema di vergogna della mamma, che è in competizione con la sorella, la quale ha figli che frequentano prestigiosi Atenei e con la quale c’è sempre stato un rapporto di rivalità istigato, anche se involontariamente, dai genitori.

E’ chiaro che, Mario, si trova imbrigliato in una serie di dinamiche, spesso, purtroppo, di natura implicita, che lo condurranno a prendere una decisione che non sente come autentica, ma che fa per senso di sacrificio e, perché, razionalmente può pensare possa essere una buona cosa (lo studio legale dei genitori è ben avviato, quindi n farà fatica ad avere clienti).

A Mario non piace studiare legge, ma cerca di resistere. Può accadere che venga bocciato ad un esame, cosa che può capitare a tutti, motivo tuttavia di vergogna o di preoccupazione. Può essere che, dal punto di vista sentimentale stia passando un brutto periodo. Insieme, questi fattori, possono concorrere a determinare ansia e paura di fallire, di deludere i genitori: a questo punto , Mario, cercherà di rimandare l’esame in cui è stato bocciato dicendo di volersi preparare al meglio. Evitando di preparare quella materia si sentirà inetto, soprattutto vedendo i compagni che ce la fanno. Studiare sarà associato ad emozioni negative, per cui prenderà mille scuse per rimandare l’esame, raccontando a sé e agli altri, di volersi preparare meglio. Con il passare del tempo i pensieri negativi si autoalimenteranno: Mario entrerà in un circolo vizioso per cui si sentirà un fallito, e gli altri, soprattutto i genitori, non fanno che ricordarglielo, anche se pensano di spronarlo dicendogli che si deve muovere. Mario, intanto, è bloccato.

Quello descritto è un caso ipotetico, ma che molto si avvicina alla realtà vissuta da tanti studenti. Bloccandosi, lo studente non procede in un percorso di studi che in realtà ha scelto per compiacere i genitori, e nemmeno rinuncia, evitando di deluderli ed evitando sensi di colpa. Chiaramente, tutto ciò si gioca a livello implicito: Mario non lo fa apposta! E, soprattutto, attribuisce il proprio blocco alla paura e all’ansia di fallire nuovamente.

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Paura e ansia sono, effettivamente, alcuni dei sintomi che gli studenti “bloccati” riportano. Alcuni di loro arrivano a sperimentare veri e propri attacchi di panico in università, o durante gli esami, esperienza davvero invalidante, che li costringe ad evitare l’ambiente universitario.

Altri ancora, specie quelli fuori sede, soffrono per il distacco rispetto ai legami familiari, e per il grande cambiamento a cui vanno incontro.

Può accadere che lo studente, in raltà, stia soffrendo di depressione, e che il blocco dello studio sia generalizzabile come una difficoltà nel fare le cose tipica di chi soffre di tale patologia.

Un’altra grande paura è quella per il futuro: può accaddere che, inspiegabilmente, alcuni studenti si blocchino ad un passo dalla laurea. Anche in questo caso, dire che una persona si blocca perché teme il futuro (e chi non lo teme?) Può essere riduttivo, perché è sempre necessario prendere in considerazione una serie di variabili individuali e relazionali, per poter spiegare un comportamento; inoltre, ogni individuo fa a sé. Bloccarsi, in un certo senso, può essere protettivo rispetto all’ansia e all’angoscia che l’andare avanti porta con sé.

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In sintesi, il blocco dello studente, si manifesta secondo differenti modalità:
ansia estrema durante gli esami o prima degli esami,

disinteresse improvviso per lo studio,

difficoltà a concentrarsi

difficoltà a ricordare il materiale scolastico

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Pensieri ossessivi che si concatenano (più lo studente cerca di studiare, più gli viene in mente che non riesce a studiare, più non riesce a studiare e a concentrarsi, confermando i propri pensieri negativi)

impotenza appresa (lo studente apprende di non essere in grado di modificare in positivo la propria situazione, sente di non essere in grado di superare più nessun esame, o un esame in particolare)

sensazione di sentirsi falliti e incapaci, con conseguente riduzione dell’autostima.

 

Gli ostacoli legati al blocco dello studente, fondamentalmente, sono rintracciabili ai propri pensieri autosvalutanti, ma anche ai commenti degli altri, che possono far provare senso di colpa e vergogna, incrementando ulteriormente il blocco.

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Come gli studenti cercano, senza successo, di superare il blocco

Alcuni studenti tendono a rimandare lo studio, o l’esame, dicendo di “non avere la testa”, che non è un buon momento, dicendo di non sentirsi abbastanza pronti, innescando inoltre una serie di critiche da parte digli altri, critiche che non fanno che ripercuotersi notevolmente sull’autostima.

Altri studenti cercano invece in tutti i modi di costringersi a studiare, cosa che incrementa ulteriormente pensieri negativi e autosvalutanti, soprattutto perché la concentrazione non c’è.

Altri ancora si costringono a dedicare tutto il giorno (o la notte) allo studio, con il risultato di non riuscire a combinare nulla, giorno dopo giorno.

Autosabotaggio: quando un soggetto distrugge quello che fa per ragioni legate alla sua storia evolutiva. Il blocco dello studente può essere letto come un esempio di autosabotaggio.

 

Quando c’è una buona ragione per essere bloccati

Spesso il “blocco degli studenti “ è di natura psicologica ed emotiva. In altri casi, tuttavia, può essere che all’origine ci sia una difficoltà cognitiva, e che lo studente non riesca a farvi fronte in maniera funzionale: da qui possono innescarsi pensieri negativi ed autosvalutanti, che possono poi dare origine al blocco. Per esempio, può essere che uno studente fatichi a comprendere una materia (magari perché non ha avuto buone basi, magari perché ha perso molte lezioni, o perché il corso che frequenta non offre un buon servizio di tutoring). Oppure può essere che lo studente abbia una fragilità di base a livello cognitivo, per cui effettivamente trova difficole superare gli esami. In ogni caso, è bene capire a che livello si collochi la difficoltà, per poter poi intervenire efficacemente.

 

Quando c’è davvero bisogno di un po’ di tempo

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L’università è strutturata in modo che tutti debbano dare un certo numero di esami, altrimenti si finisce fuori corso. Tuttavia molte persone necessitano di più tempo per poter superare gli esami. E’ fisiologico, ma molti studenti vivono come un fallimento il fatto di dover impiegare più tempo per preparare gli esami. Alcuni si sentono in colpa e pensano di pesare sulla famiglia, altri ancora, abituati a dare il massimo, non tollerano quelli che sono momenti di calo fisiologico della performance, con conseguente abbassamento dell’autostima. Anche in questo caso, un grande ruolo è giocato dalle relazioni familiari, per cui lo studente che si sente rimproverato e al quale si rinfaccia di essere uno scansafatiche, più facilmente andrà incontro ad un blocco.

 

Alcuni suggerimenti per superare il blocco dello studente

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Innanzitutto è necessario individuare quale sia l’origine del blocco, per poterlo superare. Questo non è facile, per cui è necessario chiedere aiuto ad uno psicologo, soprattutto quando, oltre alla fatica nel riprendere a studiare, si correlano sintomi ansiosi o depressivi.

Chiedere aiuto quando non si riesce a superare uno specifico esame: ai compagni, o ad un tutor. Spesso ci convinciamo di non riuscire a capire certi concetti, o di non riuscire a svolgere determinati esercizi. Se non si chiede aiuto, tuttavia, si rischia di ottenere conferma rispetto ai propri pensieri negativi. Chiedere aiuto e sperimentare piccoli successi, capire e rendersi conto di aver capito incrementano il senso di autoefficacia, che sta alla base della motivazione allo studio;

-Un altro suggerimento, che però può essere utile soprattutto a chi ha appena iniziato gli studi, sta nel riuscire ad organizzare il materiale e ridefinire il proprio metodo di studio: come si studiava alle superiori non è detto che possa andare bene anche all’università, e, spesso, ci si trova disorientati e come incapaci di modificare il proprio modo di studiare. Se ciò che spaventa è la mole di materiale da studiare, organizzare il materiale suddividendolo può essere un buon inizio. Basare il proprio metodo di studio sul processo di rielaborazione del materiale, ponendosi delle domande e rispondendovi mentalmente, per esempio, è molto utile, in quanto si incrementa il ricordo, e di conseguenza, l’ansia diminuisce.

Spezzare le associazioni negative: spesso si associano determinati contenuti ad emozioni negative: il nostro cervello, per difenderci dall’emozione negativa, cerca di farcele evitare. Cercare di spezzare questa associazione e stabilirne una con emozioni positive può essere un buon inizio per superare l’avversione verso una materia. Faccio un esempio: se l’esame di anatomia è connesso al ricordo di una bocciatura, dell’ansia che mette il professore, o a un evento brutto che ci è accaduta, è necessario cercare, a piccoli passi, di associare lo studio dell’anatomia a qualcosa di positivo: studiare insieme agli altri, studiare dopo che ci si è divertiti, con un sottofondo musicale rilassante o piacevole, concedendosi un piccolo premio, e così via.

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Rimandare le preoccupazioni: si tratta di una tecnica di matrice cognitivo comportamentale, e consiste nel rimandare le preoccupazioni e i pensieri negativa ad un orario stabilito. Si tratta di una tecnica che richiede la consulenza di uno specialista, per essere ben utilizzata.

Cercare di ridurre il più possibile le distrazioni mettendo, per esempio, da parte lo smartphone;

studiare per brevi sessioni, in modo da dare il massimo nel minor tempo possibile

 

– E’ importante cercare di socializzare e condividere i propri pensieri negativi e difficoltà; trovare qualcuno che creda in noi.

– Cercare di riconoscere il disagio anziché resistergli tutti i costi può essere un primo passo per superare la paura. Ammettere di essere in un momento di difficoltà, concedersi di non essere perfetti. In alcuni casi, forse, c’è davvero bisogno di un po’ di tempo per riprendere le forze dopo un periodo particolarmente stressante

infine, può essere che, davvero, si debba rivedere la propria scelta. Cambiare facoltà potrebbe rivelarsi opportuno, anche se non si ha il coraggio di farlo, per paura della reazione degli altri, per non dover affrontare il proprio senso di fallimento.

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, Psicologa

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