Studenti

Qual è il miglior metodo di studio?

Spesso ci si chiede quale sia il mioglior metodo di studio, cioè il metodo che permette di apprendere il più possibile nel minor tempo e facendo meno fatica. Rispondere a questa domanda, tuttavia, non è semplice, soprattutto perché, secondo quanto emerge dalle ricerche, non esiste un metodo di studio migliore di altri in assoluto: dipende.

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Dipende.. Ma da cosa?

Innanzitutto, dipende dal materiale che si deve studiare. Chiaramente, il metodo utilizzato per studiare alcune materie, come per esempio filosofia, non può essere utilizzato per studiare chimica.

Dipende inoltre da come siamo fatti noi, da come “funzioniamo” a livello cognitivo e, soprattutto, da quanto conosciamo il nostro funzionamento.

 

Conoscere il proprio stile cognitivo

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Lo stile cognitivo si riferisce alla propensione ad affrontare compiti cognitivi, come lo studio, in un determinato modo anziché in un altro. Per esempio, ci sono persone “sistematiche”, che per imparare un testo, o per approciarsi ad un problema analizzano tutti i dati per poi formulare un’ipotesi o trarre una conclusione, mentre all’opposto ci sono persone “intuitive”, che tendono a dare la loro risposta e a comprendere i concetti in maniera, appunto, intuitiva, senza un’analisi sistematica del materiale.

Allo stesso modo esiste lo stile globale, dove prevale, a livello percettivo, una preferenza verso una visione d’insieme, mentre al polo opposto si ricercano i dettagli (stile analitico).

Per quanto riguarda i processi decisionali, invece, esistono persone impulsive, o più riflessive: queste differenze entrano in campo, soprattutto, nella risoluzione dei problemi.

Infine esistono “verbalizzatori” o “visualizzatori”, cioè persone che imparano più facilmente attraverso le immagini o le parole.

Chiaramente, i diversi stili possono coesistere tra di loro, così come, tra le polarità opposte, non esiste sempre una netta separazione.

In ogni caso, conoscere il proprio stile cognitivo, permette di approcciarsi al materiale da studiare con maggiore consapevolezza ed efficienza.

Se, per esempio, uno studente riconosce di essere un bravo visualizzatore, per lui sarà più facile lavorare su testi che presentano immagini, oppure lavorare su schemi, su materiale che è facile richiamare alla memoria attraverso le immagini.

Di fronte ad un testo complesso, invece, alcune persone tendono ad analizzarne punto per punto, arrivando poi alla comprensione globale; altre invece, ne capiscono il senso in generale per poi, magari, integrare con i dettagli. Quest’ultimo studente potrà quindi, per esempio, preparare un esame andando avanti velocemente per poi tornare a riprendere i vari paragrafi; nel primo caso lo studente sembrerà procedere più lentamente, ma alla fine avrà bisogno di dare una ripassata, sarà già pronto.

In questi casi è quindi impossibile affermare che esista un metodo migliore dell’altro: sono entrambe strategie valide, se si concludono con l’apprendimento del materiale, sebbene diverse. Dipendono, appunto, dallo stile cognitivo dei differenti soggetti.

Metacognizione: conoscere come conosciamo

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Conoscere il proprio stile cognitivo ed elaborare il materiale da studiare in funzione del proprio stile, sono azioni definite metacognitive.

Per metacognizione si intende la conoscenza del nostro funzionamento mentale che ci permette di regolare le funzioni cognitive a seconda del compito che dobbiamo svolgere e, nel caso dello studio, del materiale da studiare. Non basta, infatti, apprendere strategie o metodi se non si è in grado di generalizzarle e di adattarle in funzione del compito e delle proprie caratteristiche personali.

Per esempio, uno studente metacognitivo è uno studente che, appresa una tecnica, poniamo la mnemotecnica dei loci, la utilizza solo quando, dopo aver analizzato il materiale da studiare, comprende che quella tecnica è adatta a tale materiale.

Oppure, ci sono studenti che, riconoscendo di avere determinate difficoltà, trovano strategie per arginarle.

Per esempio aiutandosi con schemi, tenendo a portata di mano formule, e così via.

Lo studente metacognitivo è lo studente che adatta il proprio metodi di studio in base a ciò che deve studiare, riconoscendo che le differenti materie richiedono strategie differenti per essere apprese efficacemente.

La metacognizione, in sostanza, riguarda

  • la propensione che ciascuno ha a riflettere sul proprio funzionamento mentale e allo sviluppo di idee sul proprio funzionamento mentale;
  • le conoscenze di specifiche strategie legate ad un caso specifico
  • i processi mediante i quali l’individuo sovraintende le proprie funzioni esecutive: capire il compito, valutarne la difficoltà, stimare le proprie risorse e abilità, porsi degli obiettivi, esaminare le strategie disponibili, monitorare la propria attenzione, valutare gli esiti della propria azione a valutarne le conseguenze.

Le competenze metacognitive legate allo studio vengono generalmente apprese automaticamente, tuttavia per alcuni studenti, soprattutto per i ragazzi più giovani, risulta più difficile, per cui può essere opportuno l’ affiancamento con un esperto.

Apprendere come si apprende e come regolare il proprio processo di apprendimento è il primo passo per migliorare il proprio metodo di studio: le tecniche sono secondarie, se non si è abili nell’applicarle al momento giusto e con il materiale giusto.

Elaborare: il segreto per studiare bene.. E per ricordare!

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Come detto in precedenza, non esiste in assoluto un miglior metodo di studio, poiché tutto dipende, appunto, da chi studia e da cosa si sta studiando.

Importante, per aver successo nello studio è essere consapevoli di come adattare le proprie strategie cognitive al materiale da studiare, essere metacognitivi, insomma.

Tuttavia è necessario essere consapevoli che, per ricordare bene ciò che si è studiato, è fondamentale elaborare il materiale.

Innanzitutto è necessario comprendere a fondo quanto si legge (molti studenti sovrastimano la propria capacità di comprensione!). In secondo luogo, per elaborare il materiale, è utile farsi delle domande su quanto appreso e darsi le risposte, fare collegamenti con quanto già studiato, provare a spiegare quanto si è appreso, se se ne ha la possibilità.

A questo proposito è stato messo a punto un metodo strutturato di studio (Robinson, Thomas, 1972).

tale metodo, chiamato PQ4R, prevede una serie di operazioni che uno studente dovrebbe compiere per studiare al meglio.

1) Preview: scorrere il testo per individuare gli argomenti di cui tratterà, visualizzando anche eventuali immagini e schemi. Questo comporta esaminare anche eventuali paragrafi, in maniera da avere un’idea preliminare di quanto andrà studiato.

2) Questions: porsi delle domande che riguardano il nocciolo del testo, in modo che, leggendo, si giunga a rispondere.

3) Read: leggere attentamente il paragrafo cercando di dare le risposte alle domande formulate

4) Reflect: riflettere su quanto si è letto, cercare degli esempi, collegare o mettere in relazione quanto si è letto con ciò che si sapeva già

5) Recite: cercare di ripetere quanto si è letto e le risposte alle domande che ci si è posti senza guardare il testo

6) Review: una volta studiati i vari paragrafi, fare un ripasso generale, sempre cercando di ricordare i concetti studiati

Alcune Strategie per memorizzare

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Spesso si sente parlare di tecniche di memoria, ossia modalità per memorizzare meglio. Le tecniche di memoria sono molte, e possono riguardare sia il processo di codifica (quello che ci permette di “registrare” nuove informazioni), che quello di recupero ( quello che ci permette di recuperare quanto abbiamo memorizzato).

Certo, conoscere alcune tecniche di memoria non aiuta a compiere miracoli, tuttavia può essere utile nella vita quotidiana o scolastica, soprattutto perché permette di spendere meno energia e ottenere risultati migliori, in sintesi, essere più efficienti! Qui sotto descriverò alcune tecniche che permettono di ricordare facilmente parole nuove, nomi nuovo, liste di parole o numeri: si tratta di tecniche molto semplici e che possono servire nella vita di tutti i giorni.

A tutti sarà capitato di ripetere meccanicamente un nome, o un numero di telefono per ricordarlo: si tratta della tecnica della reiterazione meccanica, ma non è molto efficace, se non per mantenere in memoria il materiale fin che serve, per esempio qualche secondo. Ad un livello superiore si colloca la ripetizione integrativa: consiste nel ripetere il materiale collegandolo ad altre informazioni che possediamo e cercando di comprenderlo: lo sforzo cognitivo è maggiore, ma in compenso il ricordo sarà migliore.

Come molti sapranno, spesso si cerca di collegare numeri, nomi nuovi a qualcosa di particolarmente familiare, come una data di nascita, e così via: si tratta dell‘associazione. Per il nostro cervello è molto più semplice ricordare qualcosa di familiare, piuttosto che qualcosa di sconosciuto.

Un’altra tecnica è quella della mediazione, che consiste nel cercare di trasformare qualcosa di difficile da memorizzare in qualcosa di più facile attraverso la formazione di un legame. E’ una tecnica molto utilizzata per imparare nomi nuovi, o parole straniere: per imparare la parola “floor”, per esempio, si può immaginare la parola fiore, e poi un pavimento pieno di fiori.

Quando dobbiamo imparare una lista di parole, è possibile suddividerla in gruppi, in categorie, in modo da riuscire a ricordarla più facilmente: più il materiale è strutturato, più facilmente si riuscirà a ricordarlo. Più l’organizzazione ha un contributo da parte del soggetto, più il ricordo è efficace.

L’uso delle immagini mentali, specie se buffe, è una tecnica davvero efficace per imparare nomi o parole nuove. A chi non è mai capitato di conoscere persone nuove e dimenticare subito il loro nome? Se, nel momento in cui ci si presenta una nuova persona associamo al suo nome un’immagine, il suo nome non si dimenticherà. Se, per esempio ci viene presentata una persona che porta lo stesso nome di un nostro amico o parente, dovremo solo associare mentalmente il nuovo conoscente all’amico o parente, e così via. Lo stesso vale per i cognomi, che possono dare origine a immagini anche creative, anzi: più un’immagine è buffa e creativa, più la parola verrà ricordata.

In sintesi, la reiterazione meccanica e integrativa, l’associazione, la mediazione, l’organizzazione e le immagini mentali sono solo alcune tecniche per memorizzare meglio parole, numeri, nomi nuovi. E’ evidente che molte persone già utilizzano alcune di queste tecniche, tuttavia pochi sono consapevoli di farlo, così come pochi sono consapevoli della strategia più opportuna da utilizzare in un momento o in un altro.

Non esiste in assoluto una strategia più efficace di un’altra. Ciò che è chiaro è che più lo studente esercita un controllo attivo sul materiale da memorizzare e sul proprio processo di apprendimento, più il materiale verrà memorizzato efficacemente, rispetto a studenti più passivi.

Riassunti, schemi, mappe, tabelle di marcia, ripetere ad alta voce… Quanto sono  utili?

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Anche in questo caso, dipende.

Ci sono materie che si prestano benissimo ad essere schematizzate, altre meno. Così come ci sono studenti che studiano benissimo sugli schemi, altri che, invece, fanno fatica e perdono tempo.

Allo stesso modo, ripetere ad alta voce può essere utile per alcuni, distraente per altri.

Rispetto all’organizzazione, invece, viene spesso consigliato di preparare una tabella di marcia, suddividendo le pagine e organizzando il tempo allo stesso modo. Questo può essere utile per alcuni studenti, ma non necessariamente per tutti, ed essere fonte di ansia e frustrazione, qualora la tabella di marcia non venga rispettata.

Per concludere, non si può dire, generalizzando, quale sia il miglior metodo di studio; per studiare ed apprendere in maniera efficace è necessario conoscere come funzioniamo, quali sono i nostri limiti e le nostre risorse, conoscere cosa dobbiamo studiare e adattare al materiale le strategie opportune; in altre parole, occorre essere flessibili. Per ricordare bene quanto studiato è necessario elaborare, cioè fare collegamenti, farsi domande e rispondere, spiegare quanto studiato, essere attivi, insomma, nel proprio processo di apprendimento.

 

Fonti: Imparare a studiare-  Cornoldi,  De Beni, Gruppo MT- Erickson

 

Se pensi di avere difficoltà nel trovare il tuo personale metodo di studio, o se necessiti di chiarimenti, chiedimi una consulenza scrivendomi alla mail guerinirocco.silvia@libero.it, chiamandomi o scrivendomi al numero 3468103317 o compilando il form di contatti.

 

 

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Mamme e papà

Mio figlio non vuol fare i compiti!

I compiti, attività che ogni bambino dovrebbe, gradualmente, imparare a svolgere in autonomia, possono diventare spesso un vero e proprio fronte di battaglia in famiglia, essere motivo di ansia, frustrazione, irritazione, fonte di litigi quando il bambino si rifiuta di svolgerli , fatica a farli da solo e ha sempre bisogno di essere forzato e aiutato.

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Spesso si tratta di bambini che, a scuola, hanno un buon rendimento, o comunque un rendimento sufficiente, per cui i genitori faticano a capire il perché di tanta fatica.

Altre volte, invece, si tratta di bambini che hanno delle difficoltà specifiche; diverso ancora è il caso degli adolescenti che manifestano comportamenti di ribellione, rifiuto scolastico, oppure depressione.

Per quanto riguarda il bambino, soprattutto nel caso in cui quest’ultimo non presenti difficoltà di apprendimento o di rendimento, il rifiuto di fare i compiti da solo è un comportamento che va al di là dei compiti in sé, ma è strettamente connesso alle dinamiche relazionali.

Può essere che il bambino controlli in tal modo la propria relazione con i genitori, che chieda la loro vicinanza, anche se si tratta poi di momenti in cui la dimensione della piacevolezza è quasi del tutto assente. A volte la richiesta di vicinanza, mascherata dalla mancanza di autonomia, può associarsi al desiderio dei genitori di sostituirsi al figlio perché questi vada a scuola con i compiti perfetti, faccia bella figura e faccia fare a loro bella figura. In questo caso apparentemente i genitori vorrebbero che il bambino facesse da sé, ma in realtà incrementano la sua mancanza di autonomia.

Questi sono solo esempi di dinamiche relazionali coinvolte nel momento dei compiti a casa. Tali dinamiche, spesso, sono disfunzionali, in quanto generano malessere all’interno della famiglia e impediscono il raggiungimento dell’autonomia.

Una consulenza familiare può aiutare a portare alla luce i significati delle dinamiche connesse al rifiuto dei compiti; si tratta di un intervento non centrato esclusivamente sul bambino, ma che può avere effetti benefici nello stabilire o ristabilire l’autonomia, facendo emergere quelli che sono i veri bisogni del bambino e dei suoi familiari.

Spesso queste situazioni si verificano quando un bambino ha una difficoltà specifica, come un disturbo dell’apprendimento, che di per sé può dare percezione di fragilità, nonostante le potenzialità cognitive nella media.

Quando un bambino non vuole fare i compiti, ci possono tuttavia essere difficoltà specifiche, che possono sicuramente intersecarsi con quelle relazionali, ma che vanno prese in considerazione per essere affrontate nello specifico:

  • DSA (disturbi specifici dell’apprendimento); il bambino che presenta DSA, pur avendo intelligenza nella media, presenta specifiche difficoltà di lettura, scrittura e calcolo. Se il disturbo non è diagnosticato, il bambino si trova a non riuscire a far fronte alle richieste della scuola, soprattutto quando deve imparare a studiare da solo. Come anticipato, inoltre, i disturbi dell’apprendimento coinvolgono anche le funzioni esecutive, come la memoria di lavoro, implicata nello svolgimento dei compiti. L’assenza di diagnosi, soprattutto l’assenza di sospetto che le difficoltà del bambino siano connesse ad un DSA, crea confusione, e rischia di far sì che si imputino al bambino colpe che non ha, con conseguente sfiducia nelle proprie capacità, perdita o non acquisizione dell’autonomia rispetto alla dimensione scolastica, bassa autostima e problematiche comportamentali. La diagnosi di DSA rende genitori, insegnanti e bambino consapevoli della propria problematica, primo passo per intervenire.

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  • Disturbo della comprensione del testo: le difficoltà possono emergere soprattutto all’inizio della terza elementare, quando il bambino deve iniziare a studiare;
  • ADHD: si tratta del disturbo da disattenzione e iperattività. Anche in questo caso la diagnosi è un aiuto per comprendere che le problematiche del bambino non sono legate alla sua scarsa volontà
  • difficoltà emotive legate a situazione particolare: lutto, separazione, cambiamento importante nella vita familiare. In questo caso vi è incidenza delle dinamiche familiari situazionali sull’autonomia del bambino, che spesso può ricercare vicinanza affettiva;
  • compito difficile dal punto di vista cognitivo: se il livello del compito è superiore alle capacità del bambino, questo lascerà perdere, si sentirà demotivato e non vorrà fare i compiti per evitare di provare di nuovo esperienze frustranti
  • scarsa fiducia in se stesso, bassa autostima, bassa motivazione: si tratta di variabili metacognitive strettamente connesse al rendimento scolastico, e coinvolte nello svolgimento dei compiti
  • non ha acquisito un buon metodi di studio e pensa che i propri insuccessi derivino solo da fattori esterni e incontrollabili (stile attribuzionale esterno)
  • Ha uno scarso supporto emotivo: per imparare a fare i compiti da solo deve sentirsi incoraggiato dal genitore, che potrà affiancarlo in parte, lasciandolo poi lavorare da solo con la consapevolezza che, nel caso di bisogno, il genitore ci sarà
  • problematiche di tipo neurologico, da diagnosticare con visite mediche specialistiche o ritardo cognitivo.

In sintesi, quando il bambino teme di deludere i propri genitori e si vergogna dei propri “errori”, quando non comprende chiaramente le consegne, ciò che deve svolgere, quando non si sente motivato e stimolato, quando ha una difficoltà emotiva o cognitiva, fare i compiti da solo può diventare un problema, e lo diventa ancora di più quando le difficoltà del bambino vengono considerate come capricci, quando invece andrebbero individuate ed analizzate.

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Le difficoltà a svolgere i compiti possono essere, a livello individuale, emotive “non sto bene”, cognitive “non capisco”, motivazionali “non ho voglia” e, come descritto in precedenza, inserirsi all’interno dell’intreccio delle dinamiche familiari.

I genitori dovrebbero potersi confrontare con l’insegnante e, se fosse il caso, consultare uno psicologo esperto in difficoltà scolastiche.

Qualche suggerimento ai genitori

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Un fattore che, spesso, crea situazioni di tensione durante i compiti, sono le aspettative genitoriali: ciascun bambino ha caratteristiche e tempi diversi nel fare i compiti, ciascuno ha le proprie difficoltà. Può capitare che un genitore, per esempio, si arrabbi perché il bambino non finisce alla svelta, o faccia fatica a svolgere determinati esercizi; accettare le caratteristiche di ciascun bambino, comprendere il perché delle sue difficoltà è il primo passo per aiutarlo laddove sono le sue debolezze, ma anche per riconoscerne i punti di forza.

Alcuni bambini non hanno particolari difficoltà cognitive, ma hanno poca fiducia in se stessi. Il genitore dovrebbe saper incoraggiare il proprio figlio complimentandosi con lui quando ce la fa da solo, condividendo emozioni positive legate ai suoi piccoli successi.

Se, invece, il proprio figlio non mostra alcun interesse nel fare i compiti, fa di tutto per rimandare o per fare altro, può essere utile, al di là di comprendere le ragioni di questo comportamento, contrattare tempi e regole, stabilire pause o attività brevi ma piacevoli dopo aver concluso una parte degli esercizi, per poi riprendere, e così via. Spesso accade che ci sia aspetti che un bambino “intelligente” si attivi da solo e si sappia organizzare; spesso, tuttavia, non è così: nonostante il bambino possa essere intelligente, è necessario che il genitore faccia sentire la propria presenza ponendosi come guida e ponendo delle regole.

Se le difficoltà del bambino, invece, sono legate all’aspetto cognitivo, è necessario approfondire cosa stia dietro a queste difficoltà, rivolgendosi ad esperti.

Il compito del genitore, in sintesi, è quello di fornire una “base sicura”, guidandolo verso l’autonomia, che è un obiettivo da raggiungere, non il punto di partenza. Non ci si può certo aspettare che il proprio figlio faccia sempre tutti i compiti e li faccia correttamente; ciò che importa è che sviluppi la competenza di gestire le proprie risorse emotive, cognitive e motivazionali.

Avere fiducia nelle proprie capacità, strutturare un buon metodo di studio, sviluppare conoscenze metacognitive, sapersi organizzare, saper regolare le proprie emozioni, non abbattersi di fronte agli insuccessi sono punti di arrivo a cui, potenzialmente, ciascuno studente può giungere. Il genitore può facilitare questo processo facendo percepire al figlio che può provare a farcela da solo, ma che può anche contare su di lui quando ne ha bisogno: questo gioverà nella relazione tra il bambino e i propri genitori.

Chiaramente, quando le difficoltà sono più radicate e il genitore si trova in panne, le difficoltà comportamentali e cognitive possono essere lette come un sintomo, la spia di qualcosa che non va a livello del bambino ma anche a livello delle relazioni familiari.

In questo caso, contattare un esperto è il primo passo da fare per mettere in luce le difficoltà e per intervenire.

 

Dott.ssa Silvia Guerini Rocco, psicologa

se sei un genitore e tuo figlio presenta difficoltà scolastiche, puoi contattarmi per una consulenza al numero 3468103317 oppure compilando il modulo qui sotto